FAQ

In questa sezione puoi trovare risposte alle domande più frequenti relative alla medicina dello sport.

cosa si intende per sovrallenamento?

La sindrome da sovrallenamento o overtraining e’ il termine con il quale si indica un deterioramento della prestazione sportiva o del rendimento in un atleta in apparente mantenimento del regime di allenamento. Si tratta di uno squilibrio tra il lavoro e il recupero che dipende, soprattutto nell’atleta amatoriale anche di buon livello che non e’ certo seguito mediamente da uno staff medico e tecnico adeguato,da una serie di fattori spesso non facilmente individuabili:
-abitudini di vita-recuperi inadeguati-allenamenti eccessivi o di lunga durata-alterazioni del riposo notturno-dieta-competizioni troppo lunghe e frequenti-problemi psicologici.
I sintomi della sindrome da overtraining sono vari:
-Aumento della frequenza cardiaca(FC) a riposo mediamente di 8-10 battiti-fatica eccessiva durante l’allenamento a FC medio basse con difficoltà ad incrementare la FC stessa-apatia, insonnia, irritabilità,depressione, calo dell’appetito – calo di peso – amenorrea nella donna, calo della libido – abbassamento delle difese immunitarie – dolori muscolari e articolari con facilita’ alle tendiniti.
I rimedi fondamentalmente consistono in un periodo di riposo adeguato,accettare psicologicamente i limiti del momento, ridurre la durata degli allenamenti, favorire il riposo notturno in maniera naturale,mantenere una dieta equilibrata con eventuale aumento di nutrienti ma ,soprattutto per gli sportivi amatoriali, ADATTARE L’ALLENAMENTO AL PROPRIO STILE DI VITA. ( dr.M.Corsini )

Ancora su: Morte cardiaca improvvisa

Ai dottori Fabio Lionti e Federico Emiliano Ghio, di Busnago Soccorso Onlus, un’associazione nata circa dieci anni fa in provincia di Milano che si occupa prevalentemente di soccorso sanitario nella medicina di emergenza (118) nel trasporto di pazienti critici e nell’organizzazione d’assistenza sanitarie collegata ad eventi sportivi anche di massa. Ai due medici abbiamo chiesto di entrare nel dettaglio descrivendo quali sono i rischi e le possibili soluzioni per prevenire la morte cardiaca improvvisa, questa sconosciuta che miete 57.000 italiani ogni anno e di cui, molti sono atleti.

-Cosa avviene e quali possono essere i fattori scatenanti della morte cardiaca improvvisa nei giovani atleti?

Esiste ampio consenso in bibliografia circa il fatto che la maggior parte delle morti cardiache improvvise in ambito sportivo avvenga per patologie congenite (ovvero presenti dalla nascita) misconosciute. La fisiopatologia dell’evento terminale o della “crisi”, è caratterizzato dalla malattia sottostante. Spesso, un’aritmia maligna rappresenta il primo segno clinicamente evidente di una patologia cardiaca misconosciuta. Nella popolazione giovanile, la causa di morte più frequente è rappresentata da anomalie cardiovascolari congenite, mentre nella popolazione adulta (30-35 anni), gioca un ruolo predominante l’arteriosclerosi (ovvero la presenza d’occlusioni vascolari, specialmente a livello coronarico).
La comparsa d’aritmie o di fenomeni clinicamente indicativi durante l’attività sportiva, è dovuta prevalentemente all’aumentato consumo di ossigeno cardiaco (squilibrio tra domanda miocardica di ossigeno ed offerta), o all’insorgenza di tachiaritmie condotte da un “circuito” cardiaco anomalo.
A questo proposito potremo suddividere i casi nella tabella sottostante.

Tabella 1 – Principali cause di morte cardiaca improvvisa in giovani atleti (secondo i dati rinvenuti nella bibliografia internazionale)
Cardiomiopatia ipertrofica
Anomalie delle arterie coronarie
Processi arteriosclerotici delle arterie coronarie.
Miocarditi
Meno frequentemente:
Displasia del ventricolo destro, Sindrome di Marfan, Anomalie del miocardio di conduzione, Ipertrofia concentrica idiomatica del ventricolo sinistro, Abuso di sostanze (cocaina, steroidi, B-2 agonisti come il salbutamolo, amine, …), stenosi aortica, prolasso della valvola mitrale.

Due parole meritano almeno le patologie più diffuse:

1. Cardiomiopatia ipertrofica.
La cardiomiopatia ipertrofica è un disturbo congenito autosomico-dominante, caratterizzato da un’ostruzione che rende difficile l’eiezione del sangue dal ventricolo sinistro. Questo porta allo sviluppo di un’ipertrofia (impropriamente “ingrossamento”) del setto interventricolare e delle pareti del ventricolo. Nello studio CARDIA, l’incidenza della cardiomiopatia ipertrofica è stata segnalata attorno a 2 casi ogni 1.000 persone.
La cardiomiopatia ipertrofica è spesso un disturbo silente, ma una storia famigliare o personale di perdite di conoscenza (svenimenti) improvvisi ed inspiegabili o di morte cardiaca improvvisa rappresenta un’importante elemento clinico che può indirizzare i Sanitari sportivi ad una diagnosi corretta. La radiografia del torace può evidenziare cardiomegalia (cuore ingrandito), l’elettrocardiogramma segni d’ipertrofia ventricolare o anomalie specifiche, ma il risultato di questi test diagnostici potrebbe essere non significativo. La diagnosi dovrebbe essere posta tramite l’esecuzione di un ecocardiogramma 2-D o M-mode (esame caratterizzato da scarsissima invasività e di velocissima esecuzione).

2. Anomalie coronariche congenite ed acquisite.
Queste sono di difficile diagnosi, in quanto rimangono silenti per lungo tempo ed il loro esordio può essere drammatico (infarto, morte cardiaca improvvisa). La predisposizione genetica ed altri fattori di rischio (tabagismo, ipercolesterolemia, diabete, …) possono portare all’estrinsecarsi di questo spettro di patologie legate all’occlusione o alla malformazione coronarica. L’accertamento viene posto tramite esecuzione di scintigrafia miocardica o – più frequentemente – di coronarografia. Il test da sforzo può essere d’aiuto. Trattandosi – nei primi due casi – d’indagini costose ed invasive, devono sussistere sospetti estremamente fondati di malattia.

3. Miocarditi.
Le miocarditi acute sono condizioni rare, ma potenzialmente devastanti. Sono generalmente causate da virus; il Coxsackie B è implicato nel 50% dei casi. I sintomi precoci – quando presenti – includono intolleranza all’esercizio fisico (mancanza di fiato, stanchezza, spossatezza), segni di scompenso cardiaco con fame d’aria, dispnea, tosse, postura obbligata. Altri segni sono rappresentati da tachicardia, murmure apicale ridotto, vene del collo distese, piedi gonfi. La presenza di palpitazioni frequenti dovrebbe quantomeno portare all’immediata sospensione dell’attività sportiva e a richiedere il consiglio del Medico.

-L’età o un’eccessiva stanchezza o un profondo stress per l’organismo possono essere il fattore scatenante?

Non è tanto importante l’età anagrafica, quanto l’età biologica e l’abitudine di sottoporsi a controlli medici regolari superati i 50 anni di età. Dovute eccezioni vanno osservate in caso d’atleti agonisti o di persone che svolgono carichi di lavoro pesanti.
Per ciò che concerne lo stress fisico, è più adeguato parlare di stress indotto dall’attività sportiva. Ogni soggetto dovrebbe riconoscere i propri limiti, ed evitare di superarli.

-Com’è possibile che non si riveli nulla alla visita sportiva?

Come già visto, la maggior parte delle patologie responsabili di morte cardiaca improvvisa non sono così facilmente diagnosticabili, o evidenti alla visita sportiva. Appare molto ragionevole raccomandare come qualsiasi tipo d’alterazione elettrocardiografica debba generare il ricorso allo specialista cardiologo.

-Che tipo di prevenzione si può fare?

L’uso dell’ecocardiografia deve essere assolutamente implementato, poiché la prima causa di morte è rappresentata appunto dalla cardiomiopatia ipertrofica (patologia che – come già detto – è diagnosticabile solo tramite esecuzione d’ecocardiogramma). L’ecocardiogramma è una procedura minimamente invasiva, assolutamente indolore e non fastidiosa, di veloce esecuzione. Ci sentiamo di raccomandare l’ecocardiogramma e l’esecuzione di test da sforzo come strumenti di screening per l’individuazione di malattie cardiache.
L’American Heart Association, propone inoltre il seguente approccio diagnostico: Ricercare storia di dolore toracico.
Sincope (perdita di conoscenza) o pre-sincope (annebbiamento del visus, vertigine intensa, perdita della stazione eretta)
Mancanza di fiato inattesa, eccessiva, inspiegabile associata all’esercizio fisico.
Storia di reperti ascoltatori cardiaci anomali o di aumento della pressione sanguigna
Storia famigliare di morte cardiaca improvvisa, o di disabilità significativa secondaria, a malattie cardiovascolari in parenti stretti in età inferiore a 50 anni
Ricercare i segni ed i sintomi riconducibili a :
Cardiomiopatia ipertrofica
Cardiomiopatia dilatativi
Sindrome di Marfan
Sindrome del QT lungo
Storia d’aritmie cardiache significative

Esame fisico.
Auscultazione precordiale in posizione supina ed eretta per identificare murmuri patologici Compatibili con ostruzioni al flusso sanguigno in uscita dal ventricolo sinistro
Valutare l’isosfigmicità dei polsi femorali per escludere coartazione aortica
Individuare i segni relativi alla Sindrome di Marfan (aspetto marfanoide)
Misurazione della pressione arteriosa da seduto.

-Parlare di questi problemi può dare alito ad essere accusati di fare una sorta di terrorismo psicologico?

A nostro avviso, sollevare il problema delle morti in ambito sportivo non deve essere visto come un tentativo di terrorismo psicologico, ma come una possibilità per fare sport in maniera più sicura e senza rischi.
Reagire accusando di terrorismo psicologico chi porta alla luce un problema che esiste appare come l’atteggiamento di chi preferisce fare finta di niente perché ha – ragionevolmente – paura di sottoporsi ad una visita medica.

-Quando invece avviene un malore come si dovrebbe essere attrezzati sul posto?

La prevenzione e la diagnosi tempestiva rappresentano sicuramente gli strumenti migliori per ridurre la mortalità ed i reliquati secondari ad incidenti sportivi.
L’utilizzo d’ambulanze o personale sanitario (Medico, Infermiere), dovrebbe essere richiesto e previsto per ogni manifestazione sportiva di una certa importanza (piccoli tornei, corse, gare podistiche, non solo quando obbligati dalla Federazione di riferimento! La presenza del defibrillatore automatico esterno è caldamente raccomandata (si ricorda come la defibrillazione, se applicabile e applicata in tempi brevissimi (entro 5 minuti) sia connessa ad una significativa riduzione della mortalità e delle sequele invalidanti).
Nei palazzetti dello sport ed in strutture analoghe (campi sportivi, ecc.) dovrebbe essere sempre presente un defibrillatore automatico esterno (può essere usato da Medici, Infermieri e personale non sanitario addestrato al suo utilizzo, come ad esempio il preparatore atletico o il massaggiatore). Il costo del defibrillatore e dell’apparecchiatura necessaria al primo soccorso e soprattutto alla rianimazione è attorno ai 1.500 Euro (spesa di ben poco conto se si calcola che può salvare una o più vite umane nel corso del tempo).
Nei casi in cui sia richiesta la presenza di un Medico, si scelga uno Specialista in Anestesia e Rianimazione o comunque un professionista che sia in possesso delle conoscenze necessarie per eseguire un soccorso d’urgenza avanzato (intubazione endotracheale, reperimento di accesso venoso, somministrazione endovenosa di farmaci specifici). Purtroppo, infatti, non tutti i Medici hanno la padronanza degli strumenti e delle procedure necessarie all’esecuzione della rianimazione cardiopolmonare avanzata. A carico del Medico devono essere i farmaci ed il materiale necessario per la rianimazione avanzata.

Dall’indagine fin qui svolta scaturisce che non si deve ne cercare di scavalcare quelle sensazioni di fatica e stanchezza che il nostro corpo produce dopo un intenso sforzo, ma che anzi esse sono i segnali di un raggiungimento, sano, dei nostri limiti, ignorarli può solo danneggiarci se non a breve termine nel corso del tempo. Quando si parla del cuore poi il discorso, si concretizza drammaticamente, chi non ha mai avuto nella pratica sportiva uno stiramento, un crampo oppure una contrattura ad uno degli oltre 650 muscoli che fanno parte del nostro corpo, la maggior parte di questi si risolve con un po’ di riposo della parte dolorante. Il cuore al contrario degli altri muscoli ha un pregio che è anche il suo più gran difetto, non può mai fermarsi a riposare.

Caffe’ e prestazione sportiva

Il caffé e la prestazione sportiva.

Recenti studi di importanti laboratori di ricerca Statunitensi, confermano la validità della dieta mediterranea. Questa volta l’alimento degno di nota è il caffè.

Questa bevanda, sembra avere effetti salutari sul nostro organismo, ma è ormai confermato la sua importanza anche come elemento capace di influire positivamente sulla prestazione. Gli esami condotti sulla caffeina, cioè su una sostanza tra le più utilizzate nel mondo, non solo sportivo. Basti pensare che su questo argomento sono stati pubblicati più di 10.000 lavori soltanto negli USA.

La caffeina è presente, oltre che nel caffè, anche nel tè, nel cacao, nelle cole e in molti farmaci antidolorifici. La caffeina, o meglio una sua “sorella” contenuta nel tè, la teofillina, viene usata a livello farmacologico sempre più largamente quale stimolante del ritmo respiratorio e circolatorio. Per queste proprietà molti sportivi fanno uso del caffè, specialmente prima di una competizione impegnativa. Tutti sanno infatti che il classico “borraccino” con tre o quattro caffè ristretti da prendersi durante lo sforzo fisico può migliorare la prestazione. Oggi, che le conoscenze farmacologiche sono più ampie, sono entrate in campo altre sostanze, ben più redditizie per la prestazione ma molto più pericolose per la salute.

Qualche tempo fa ha suscitato una certa curiosità la notizia che un noto ciclista aveva assunto durante una corsa quattro caffè al mattino, diverse borracce di tè e Coca Cola e per alleviare il dolore causato da una distorsione a una caviglia, prese una pastiglia di Optalidon (un normale antidolorifico che contiene caffeina). La somma di tutto ciò unito al fenomeno fisiologico della concentrazione delle urine che si determina in un ciclista, dopo una gara svolta in una giornata calda, portò a superare di poco i valori limite fissati dalle normative vigenti: 12 milligrammi per litro di urina. La caffeina, la teofillina (contenuta nel tè) e la teobromina (contenuta nella cioccolata) – componenti della famiglia delle metilxantine – rientrano quindi nelle liste doping, in quanto sono in grado di stimolare il sistema nervoso centrale e il cuore, aumentandone la forza di contrazione, la frequenza cardiaca e di conseguenza la gittata cardiaca; altri effetti positivi si hanno sulla muscolatura liscia, in particolare quella bronchiale (con effetto broncodilatatore della teofillina, che determina un significativo aumento della capacità vitale dei polmoni) e sulla diuresi (con incremento della filtrazione dei glomeruli renali).

E’ chiaro che la caffeina e le sue sorelle possono diventare un valido supporto in prove di resistenza come la corsa di lunga durata, il ciclismo e lo sci di fondo, non solo per le azioni positive su alcuni organi, ma anche per altri fattori, così come è testimoniato da alcune autorevoli ricerche. Gli scienziati però non sono tutti d”accordo e forniscono pareri discordanti, specialmente sul rapporto tra caffè e salute. vediamo insieme tutti i pro e i contro.

I PRO:
Sveglia i muscoli. In primo luogo, la caffeina contenuta nel caffè agisce stimolando il sistema nervoso centrale con il rilascio di adrenalina, un ormone che oltre a svolgere una funzione specifica in situazioni particolari quali ansia, paura e preoccupazioni, facilita la respirazione con un’azione dilatatrice dei bronchi. Secondariamente, migliora la trasmissione neuromuscolare, incrementando il rilascio dei neurotrasmettitori, cioè dei “messaggeri” che il cervello manda ai muscoli per una stimolazione in vista dell’impegno fisico; infine, sollecita la contrattilità delle fibre muscolari, rendendole più “elastiche” e quindi più pronte ai cambi di ritmo e di intensità degli sforzi.

Sdoppia i serbatoi di benzina. I muscoli consumano, grazie a questa sostanza, una percentuale superiore di acidi grassi con relativa diminuzione del consumo di carboidrati e con evidente risparmio del glicogeno muscolare ed epatico. Questo permette all’atleta di avere a disposizione due tipi di carburante da bruciare sotto sforzo, cioè di poter attingere a due serbatoi e non a uno solo, quindi con possibilità di avere doppia autonomia e di non andare in riserva nella fase finale di una competizione.

A fine pasto aiuta a digerire. A fine pasto un caffè migliora la digestione per un aumento della secrezione dei succhi gastrici. Questo fatto non è da attribuire solamente alla caffeina, ma ad altre sostanze responsabili delle proprietà aromatiche prodotte generalmente durante la torrefazione, che hanno anche effetti positivi sull’attività intestinale: stimolano cioè i movimenti muscolari (la peristalsi), che hanno il compito di far progredire il contenuto intestinale. Alcuni studi hanno messo in evidenza che l”azione sulla peristalsi intestinale è più intensa con la somministrazione di caffè contenente caffeina rispetto a quello decaffeinato.

Se é buono é un piacere. Il caffè è sicuramente un piacere, ma quello giusto deve avere i grani opachi color “saio di frate”, mentre un colore più scuro significa una torrefazione eccessiva che gli conferisce un sapore più amaro. E’ bene diffidare dei grani troppo brillanti: essi denotano una torrefazione troppo rapida a e spesso prevedono l’aggiunta di zucchero o di miele, al fine di dare al prodotto finito un aspetto più invitante nascondendo le imperfezioni. Questa è una pratica piuttosto diffusa nelle miscele ad alta percentuale di caffè meno pregiati (tipo quelli africani o Robusta). Alla torrefazione, spetta il merito di dare alla bevanda il suo inconfondibile aroma ed è un altro elemento per classificare il caffè: nord americani e gli scandinavi preferiscono i chicchi biondi (light roast), mentre in America Latina e in Europa, li preferiscono bruni (medium roast), con un ulteriore diversificazione per gli italiani che vogliono una torrefa-zione massima (full roast). La piccola tazzina di espresso, infatti, si beve solo in Italia e quando gli italiani vanno all’estero mal sopportano la “ciofeca” che viene loro propinata.

Può essere pratico da preparare. Il caffè solubile e quello liofilizzato sono due forme di pratico uso per una rapida preparazione delle bevande, specialmente per la prima colazione o gli spuntini in aggiunta al latte. Essi non costituiscono però una vera alternativa al normale caffè per ciò che riguarda l”apporto di caffeina: i valori sono simili per le tre preparazioni.

ED I CONTRO
Guai a stomaco vuoto. Un errore piuttosto ricorrente: il solo caffè preso come prima colazione o come spuntino a metà mattina. Sono molte, infatti, le persone che hanno quest’abitudine con reazioni individuali diverse da soggetto a soggetto, in quanto dopo l”assunzione della bevanda aumenta la secrezione di acido cloridrico e succhi gastrici nello stomaco. Senza dubbio si hanno ripercussioni benefiche sulla digestione se vi sono cibi da digerire, ma se si è a digiuno si può avere acidità gastrica oppure una stimolazione dei muscoli della parete dello stomaco con sensazione, spesso poco piacevole, di crampi.

Troppo forte intossica. Oltre le cinque tazzine di caffè giornaliere si rischia di scivolare nel cosiddetto “caffeismo”, cioè un”intossicazione cronica di tutti gli apparati organici, assai difficile da smaltire perché il nostro organismo più ne ha e più ne ricerca. Dall’assuefazione alla dipendenza, infatti, il passo è breve. La caffeina agisce come una sostanza psicoattiva in grado di determinare dipendenza completa con comparsa di sintomi d”astinenza che si manifestano con cefalea, facile affaticamento, depressione, riduzione di vigore fisico. Ma non solo: dosi elevate di caffè portano infatti a un’alterazione dei ritmo cardiaco, la cosiddetta tachicardia, mentre la caffeina stimola la produzione delle catecolamine, volgarmente chiamate “ormoni da stress”, con il conseguente aumento della pressione sanguigna.

Il decaffeinato non é oro. Il decaffeinato viene consigliato se si deve ridurre l’assunzione giornaliera di caffeina (per esempio nei cardiopatici), quindi costituisce un’ottima alternativa al caffè, in quanto le percentuali di caffeina presenti sono molto basse (2-5 milligrammi per cento). Medici ed esperti però sconsigliano l’uso del decaffeinato, in quanto nella bevanda potrebbero rimanere residui di solvente usato per l’estrazione della caffeina (per esempio il diclorometano) che pare possano dare disturbi al fegato e aumentare il tasso di colesterolo nel sangue. Gli unici sostitutivi dei caffè rimangono il caffè d’orzo e il malto tostato solubile.

Troppa caffeina nel caffé di tipo lungo. Dal punto di vista nutrizionale, il caffè è una bevanda priva di valore calorico, salvo per lo zucchero che solitamente vi si aggiunge; la sua importanza risiede solo nella caffeina, che varia in rapporto alla quantità di caffè e alle modalità di preparazione. li caffè espresso dei bar contiene meno caffeina di quello domestico, poiché la preparazione è più rapida e quindi viene estratta meno caffeina. Nella macchina espresso dei bar, però, l’acqua raggiunge o supera i cento gradi di temperatura per cui le sostanze aromatiche passano quasi totalmente nella tazzina e danno un aroma migliore di quello preparato in casa. Quando si vuole limitare l’assunzìone di caffeina, oltre a prenderlo decaffeinato, lo si deve chiedere ristretto. Non serve farsi servire il caffè “lungo” tantomeno macchiato, salvo che non sia pre-parato come caffè ri-stretto e poi allungato con acqua calda. Il caffè lungo, infatti, vie-ne preparato estraen-do un maggior quanti-tativo di caffeina e di altre sostanze per un contatto più lungo dell’acqua con la polvere di caffè. Il latte che serve per allungare il caffè macchiato non possiede alcuna capacità di neutralizzare la caffeina o di opporsi ai suoi effetti, mentre può dare difficoltà digestive e di pesantezza allo stomaco per la formazione di tannato di caseina, poco solubile in ambiente acido.

Attenzione: può dare l’insonnia. Avendo un’azione stimolante sul sistema nervoso centrale, il caffè può dare disturbi dei sonno. Alcuni studi hanno confermato che l’uso della bevanda alla sera ritarda solo il momento in cui ci si addormenta, mentre non influenza la profondità del sonno stesso. Spesso sono invece i cibi assunti a cena oppure le preoccupazioni avute durante la giornata che creano insonnia, così come un abuso di caffè.

Attivita’ sportiva e reidratazione

PERFORMANCE SPORTIVA E REIDRATAZIONE

Giampietro M., Caldarone G. (Istituto di Scienza dello Sport – Dipartimento di Medicina, CONI – Roma)

Il reintegro delle perdite idriche rappresenta, insieme all’adeguato rifornimento glucidico, il più importante fattore nutrizionale in grado di influire sulla prestazione sportiva.

L’acqua é il componente principale del corpo umano e rappresenta per esso un nutriente essenziale.

L’acqua totale corporea (ATC) costituisce l’80% del peso nel bambino, il 70% nell’adulto, mentre scende al 60% nell’anziano.

Nel corpo umano l’acqua ha una distribuzione ubiquitaria, anche se la percentuale maggiore si trova all’interno delle cellule (AIC = acqua intracellulare, circa il 67 % dell’acqua corporea), mentre il restante 33 % è all’esterno delle cellule (AEC = acqua extracellulare) e comprende il liquido interstiziale (23 %), il plasma (7%), la linfa (2%) e il liquido transcellulare (1%).

Il ricambio dell”acqua é continuo; l’assunzione tramite gli alimenti, le bevande e la quota prodotta nelle reazioni metaboliche deve bilanciare le uscite che avvengono tramite la pelle, il sudore, la respirazione, le urine, le feci e in alcuni casi il vomito e la diarrea.

Il ricambio corrisponde al 6% circa del volume complessivo nell’adulto in condizioni fisiologiche, al giorno.

L’acqua è un nutriente non energetico, non sviluppa calorie e pertanto non fa ingrassare, e può essere assunta durante o fuori dai pasti, prima – durante e dopo la seduta di allenamento e/o la gara, in qualsiasi momento della giornata.

L’acqua ha molteplici funzioni metaboliche ed è un elemento indispensabile per la salute delle cellule del nostro organismo, in particolare:

– costituisce l’ambiente in cui avvengono le principali reazioni chimiche e svolge attività di solvente

– partecipa agli scambi degli ioni e delle sostanze nutritive attraverso le membrane cellulari e i compartimenti vascolari

– regola il volume corporeo, la temperatura ed il flusso delle scorie metaboliche favorendo così i processi di disintossicazione dell’organismo

– favorisce l’assorbimento dei nutrienti contenuti negli alimenti

– favorisce l”eliminazione delle scorie, delle tossine e anche di eventuali farmaci assunti (azione diuretica)

– favorisce il buon funzionamento del fegato e dell’apparato digerente (azione antidispeptica e antistipsi).

L’attività fisica, la composizione della dieta, il clima e le condizioni generali di salute del soggetto influenzano il turnover dell’acqua e quindi ne determinano il fabbisogno giornaliero individuale, che il linea generale possiamo indicare in circa 1.5-2.5 litri al giorno.

In media si consiglia di consumare 1.0-1.5 ml di acqua per ogni caloria assunta con la dieta, anche in assenza dello stimolo della sete.

L’ACQUA NELLA PRATICA SPORTIVA

Nel caso di una intensa attività fisica e di una pratica sportiva regolare, la quota di acqua che viene persa può raggiungere valori rilevanti e compromettere tanto il risultato sportivo quanto lo stato di salute dell’atleta.

La pratica sportiva, infatti, si caratterizza prevalentemente per un più o meno rilevante incremento della produzione di energia da parte delle fibrocellule muscolari impegnate nel gesto tecnico della specifica disciplina sportiva.

Conseguentemente, e di pari passo con l’aumentare della utilizzazione dell’ATP, si verifica un incremento della quantità di calore prodotto, che a sua volta è responsabile dell’innalzamento della temperatura corporea tipico della pratica sportiva, così come di qualunque altra attività fisica che richieda un certo impegno muscolare.

L”aumento della temperatura corporea interna che si determina nel corso dell’attività sportiva costituisce un potenziale fattore di rischio per la salute degli atleti, oltre che un elemento sfavorevole per la prestazione atletica.

Pertanto, l”organismo umano quando è sottoposto ad uno sforzo fisico, tanto più se svolto in condizioni di temperatura e umidità ambientale elevate, ma anche in caso di temperature fredde, deve necessariamente attivare quei meccanismi (termoregolazione) in grado di indurre una adeguata riduzione della temperatura corporea (termodispersione).

Il meccanismo più efficace in tal senso è certamente l’evaporazione del sudore che, durante il lavoro muscolare, viene prodotto in maniera più efficiente proprio per salvaguardare l’integrità dell’organismo e per garantirne la massima capacità di prestazione atletica.

Infatti, ogni grammo o millilitro di acqua che evapora comporta la dispersione di 0.58 kcal; tuttavia, a questo proposito, è bene ricordare che sudare non determina dispendio energetico (non fa dimagrire) e che solo l’acqua effettivamente evaporata produce una riduzione della temperatura corporea. Viceversa, quella che rimane negli indumenti rimossi, o sgocciola oppure viene allontanata meccanicamente dalla superficie cutanea, ad esempio con gli asciugamani, non produce effetti favorevoli sulla termodispersione, ma al contrario determina una ulteriore perdita di acqua in grado di aggravare lo stato di disidratazione dell’organismo.

In atleti impegnati in allenamenti e/o gare di rilevante intensità e durata (come nel ciclismo su strada, nello sci di fondo, nella maratona, nel triathlon, nel canottaggio, ecc.) si possono verificare variazioni considerevoli del peso, fino anche di 5-6 chilogrammmi, in grandissima parte rappresentati dall’acqua persa con la sudorazione. Si ritiene che la massima sudorazione possibile sia pari a circa 30 ml/minuto (1800 ml ogni ora di lavoro muscolare).

Considerazioni analoghe valgono anche per i piloti degli sport motoristici, costretti per lunghi periodi di tempo ad indossare indumenti ignifughi che, impedendo l’evaporazione del sudore, determinano un maggior rischio di disidratazione e ipertermia.

Inoltre nel caso dell’automobilismo va considerata anche la particolare posizione del pilota nell’abitacolo dell’autovettura, a diretto contatto con il motore e quindi maggiormente esposto alle alte temperature.

Il sudore è un liquido biologico, ipotonico rispetto al plasma, costituito prevalentemente dall’acqua, con minime quantità di sali minerali disciolti, soprattutto sodio e cloro (NaCl, il comune sale da cucina), e in misura ancora minore magnesio e potassio; del tutto trascurabile, infine, la presenza di calcio e di ferro.

Una carenza di acqua è mal tollerata dall’organismo, la capacità di prestazione atletica si riduce proporzionalmente al grado di disidratazione del nostro organismo: una perdita del 2% del volume dell’ATC altera la termoregolazione e influisce negativamente sull’efficienza e sulle capacità fisiche del soggetto, mentre una perdita del 5% comporta il rischio di crampi ed è in grado di determinare una riduzione del 30 % della prestazione sportiva. Perdite idriche maggiori compromettono l’omeostasi dell’organismo e risultano particolarmente pericolose (malattia da calore) fino a diventare addirittura rischiose per la vita (colpo di calore e ipertermia).

E’ chiaro, pertanto, che la principale integrazione di cui hanno bisogno gli atleti è quella idrica, ciò vale tanto per gli sportivi di elité che per quelli di minor livello tecnico.

L’acqua, quindi, il più naturale e semplice dei nutrienti, rappresenta anche nello sport, come nella vita quotidiana, l’insostituibile elemento in grado di tutelare e preservare un buon grado di benessere.

Il criterio e le motivazioni che sostengono la necessità di una ottimale idratazione dello sportivo sono:

(a) metaboliche:

1-l’aumento delle reazioni metaboliche, in caso di lavoro intenso, produce un aumento del fabbisogno energetico; l’aumento delle quote alimentari, in proporzione alle esigenze nutritive, produce una maggiore quantità di reazioni metaboliche che necessitano di una maggiore quantità di solvente e di catalizzatori, e quindi di acqua.

2-per l’aumento della quantità degli alimenti ingeriti e quindi dei nutrienti prodotti dopo la digestione é necessaria una maggiore quantità di liquido: per trasportare le molecole ai tessuti, per eliminare le scorie metaboliche, per accelerare il ricambio

(b) meccaniche:

1-un aumento del volume dei pasti richiede una maggiore quantità di liquido per masticare i cibi e mescolare, impastare e trasportare il bolo fino allo stomaco

2-un aumento del volume dei pasti può rallentare la fase digestiva: la presenza di un solvente come l’acqua e, se opportuno, con particolari caratteristiche digestive, velocizza la digestione e il transito

(c) enzimatiche:

1-il pH determina le reazioni chimiche e condiziona la loro velocità nei due siti digestivi, stomaco e intestino, deputati rispettivamente alla digestione acida (proteica) e basica (glucidica e lipidica)

Alcuni bicchieri di acqua, soprattutto le acque minerali bicarbonato-alcalino-calciche, assunti durante il pasto accelerano lo svuotamento gastrico, in quanto gli ioni calcio sono in grado di stimolare la liberazione di gastrina. In tal senso questo tipo di acque svolgono un’utile azione antidispeptica, favorendo i processi digestivi.

Inoltre una regolare e adeguata assunzione di acqua può determinare un modesto senso di sazietà se assunta fuori dai pasti, e pertanto trova un ulteriore motivo per essere consigliata nei casi di sovrappeso o obesità, e qualora sia necessario adottare un regime nutrizionale controllato-ipocalorico, come ad esempio negli atleti che debbano rientrare in ben precise categorie di peso (sport di combattimento, sollevamento pesi, canottaggio “pesi leggeri”, ecc.) o che pratichino discipline sportive in cui un basso peso corporeo è in grado di influire positivamente sulla prestazione atletica (maratona, ginnastica, salto con gli sci, ecc.).

Come già detto, nelle prestazioni atletiche, l’attività metabolica aumenta sia a livello dei gruppi muscolari coinvolti nel gesto tecnico, sia a livello di tutti gli organi e apparati dell’organismo.

Di conseguenza il fabbisogno energetico, e soprattutto quello glucidico e idrico, é maggiore. La dieta dello sportivo e più nettamente quella dell’atleta é spesso ipercalorica e iperglucidica a sostegno della maggiore spesa energetica e allo scopo di reintegrare le scorte di glicogeno epatico e muscolare impiegate nell’esercizio fisico.

Al contempo il fabbisogno di liquidi é maggiore e la quota idrica della dieta rappresenta un elemento essenziale per produrre uno stato di idratazione ottimale, per sostenere la successiva prestazione atletica e accelerare la fase di recupero.

Quando lo stato di idratazione pre-gara é ottimale, infatti, esiste un rischio minore di disidratazione, un più basso rischio di eventi traumatici muscolari e una maggiore velocità di ripristino delle condizioni fisiche ottimali.

L’acqua, oltre ad essere un nutriente essenziale, é certamente il primo fra gli integratori in grado di ristabilire le normali condizioni fisiologiche e termiche dell’organismo dopo uno sforzo fisico.

Una soddisfacente condizione di idratazione dell’organismo si realizza innanzitutto con un adeguato apporto di bevande con caratteristiche chimico-fisiche tali da compensare le perdite saline, la disidratazione indotta dall’evaporazione del sudore e lo stato di acidosi metabolica prodotta durante il lavoro muscolare.

E’ altresì importante che l’integratore idrico sia facilmente “digeribile”, ovvero che il suo assorbimento non comporti uno impegno eccessivo a livello gastro-intestinale e che favorisca anche un buon funzionamento dell’emuntorio renale.

Un’acqua minerale leggermente gassata, di sapore gradevole, ricca di ioni bicarbonato, di calcio, di sodio e di cloro, ma ipotonica rispetto al plasma, é certamente adatta a soddisfare da sola le esigenze idriche di un atleta. Inoltre un’acqua con queste caratteristiche rappresenta il liquido più idoneo anche per la preparazione di soluzioni gluco-minerali, sempre comunque iso-ipotoniche, più specifiche per la pratica sportiva di maggiore impegno metabolico e di durata sufficientemente lunga.

A tal proposito, è opportuno ricordare che la capacità di prestazione atletica, durante un’attività sportiva prolungata, risulta compromessa anche dalla deplezione delle scorte di glicogeno epatico e muscolare, nonché dalla riduzione della concentrazione ematica del glucosio (glicemia).

Pertanto, durante l’esercizio fisico l”assunzione di bevande in quantità adeguata e di composizione appropriata è di fondamentale importanza nel prevenire sia il deficit idrico-salino, sia la deplezione delle fonti energetiche glucidiche dell’organismo.

Bisogna considerare inoltre che, nonostante durante lo svolgimento di alcune attività fisiche venga assunta una congrua quantità di liquidi, gli atleti di queste discipline sportive possono comunque andare incontro ad uno stato di parziale disidratazione in quanto la velocità con cui vengono persi i liquidi con il sudore può risultare decisamente superiore alle possibilità di assimilazione. Da ciò deriva la necessità che il reintegro idrico inizi prima dello svolgimento dell”attività fisica e prosegua anche nel periodo di recupero tra le diverse sedute di allenamento e/o le diverse prove delle competizioni, soprattutto per quelle discipline sportive durante le quali risulti difficile se non impossibile rifornirsi durante la competizione.

E’ consigliabile per l’atleta e lo sportivo idratare costantemente il corpo con apporti adeguati di acqua e/o soluzioni glucidico-saline, ipo-isotoniche, durante le fasi di allenamento, prima, durante e dopo l’allenamento e/o la gara.

La necessità di ripristinare l’acqua e gli elettroliti perduti (sodio, cloro e in minore misura anche potassio, magnesio e calcio) e le scorte energetiche (glucosio) esauritesi in seguito ad un esercizio intenso e prolungato, specialmente se svolto in ambiente caldo, è un concetto ormai comunemente accettato; persistono tuttavia ancora alcune incertezze sul dosaggio ottimale delle diverse sostanze (elettroliti e zuccheri semplici) da aggiungere all’acqua per ottenere le bevande da somministrate a tale scopo.

A questo proposito ci sembra opportuno premettere alcune considerazioni di ordine fisiologico riguardanti il destino dei liquidi ingeriti ed il ruolo che essi svolgono una volta assunti dall’organismo.

La rapidità di assimilazione da parte dell’organismo delle bevande dipende da due fattori fondamentali:

1. la velocità di svuotamento gastrico

2. la velocità di assorbimento intestinale

A sua volta la velocità di svuotamento gastrico è condizionata dalle seguenti caratteristiche dei liquidi ingeriti:

1. il volume

2. il contenuto energetico totale

3. l’osmolarità

4. la temperatura

Il volume totale di una bevanda esercita il suo effetto, tramite la distensione gastrica e l’aumento della pressione intracavitaria, stimolando i recettori posti nello strato muscolare della parete dello stomaco.

Ne consegue che la velocità con la quale un liquido lascia lo stomaco ed arriva al duodeno è massima all’inizio (nel primo minuto), successivamente rallenta in modo rapido, secondo un andamento nel tempo di tipo esponenziale, non appena il volume gastrico residuo diminuisce.

Pertanto è preferibile bere 150-250 ml, fino ad un massimo di 500 ml, di liquido ad intervalli regolari di circa 10-15 minuti.

Il contenuto energetico totale dei liquidi ingeriti è di primaria importanza nell’influenzare la velocità dello svuotamento gastrico: all’aumentare del contenuto energetico la velocità di svuotamento rallenta.

Infatti, soluzioni saline non energetiche abbandonano lo stomaco più rapidamente rispetto ad un equivalente volume di una bevanda energetica isosmolare.

La composizione energetica di una bevanda non ha invece importanza dal momento che ingestioni isovolumetriche, isocaloriche e isotoniche di carboidrati, grassi o proteine lasciano lo stomaco alla stessa velocità. Solamente il fruttosio sembra essere rilasciato più velocemente, tanto che l’aggiunta di piccole quantità di fruttosio (2-3 %), a soluzioni contenenti glucosio, sembrerebbe migliorare lo svuotamento gastrico indipendentemente dalle calorie derivate da questa aggiunta (il meccanismo per cui avviene ciò non è del tutto conosciuto).

Anche l’osmolarità di una bevanda ne condiziona la velocità di svuotamento gastrico, nonostante la sua importanza relativa sia minore rispetto al ruolo svolto dal contenuto energetico totale.

Una soluzione ipotonica, a parità di contenuto energetico, lascia lo stomaco in tempi più brevi. Rispetto ad una soluzione al 5 %, infatti, una soluzione isocalorica di polimeri del glucosio (maltodestrine al 5 %) determina, nello stesso intervallo di tempo, un residuo gastrico inferiore; ciò e da attribuire alla minore osmolarità della soluzione contenente maltodestrine. A parità di concentrazione molare le bevande contenenti maltodestrine garantiscono un più elevato apporto energetico, e pertanto determinano un minore richiamo di acqua nel lume intestinale, un rilascio progressivo di glucosio ed un suo assorbimento intestinale protratto nel tempo.

Da quanto esposto finora risulta che la massima velocità di svuotamento gastrico si ha per l’acqua; essa è stimata pari a circa 15-20 ml/min. (900-1200 ml/ora).

Per quanto riguarda la temperatura, le bevande fresche (4-10°C) lasciano lo stomaco più rapidamente di quelle calde.

Inoltre, le bevande fresche sono sicuramente più gradevoli e non sembrano determinare effetti negativi durante lo sforzo prolungato, mentre l’insorgenza di crampi gastrointestinali può avvenire solamente se il volume dei liquidi assunti è decisamente elevato.

Oltre ai fattori fin qui descritti, anche l’intensità dell’esercizio fisico può condizionare la velocità di svuotamento gastrico.

Quest’ultimo, infatti, non è influenzato significativamente dall’attività sportiva condotta fino ad intensità di esercizio pari a circa il 70 % del VO2 max; per intensità superiori, in seguito alla marcata attivazione del sistema simpatico, si verifica invece un rallentamento nel passaggio dei liquidi dallo stomaco al duodeno.

L’assorbimento dei liquidi avviene prevalentemente in corrispondenza del tratto prossimale dell’intestino tenue (duodeno e digiuno) e la velocità di assorbimento dipende dalla composizione e dall’osmolarità delle bevande ingerite.

L’assorbimento dell’acqua è un evento passivo che è interamente condizionato dallo stabilirsi di un gradiente osmotico favorevole al movimento dell’acqua stessa dal lume intestinale verso la parete e, verso il torrente circolatorio.

La presenza nell’intestino di liquidi ipotonici determina pertanto un rapidissimo assorbimento dell’acqua, che avviene sia per via intercellulare che per via intracellulare.

Il movimento passivo dell’acqua risulta accelerato dalla contemporanea presenza, nella bevanda ingerita, di glucosio e di sodio, sostanze che vengono entrambe assorbite con un meccanismo di trasporto attivo (pompe di membrana ATP-dipendenti). Anche la presenza di potassio, assorbito per diffusione passiva, facilita l’assorbimento dell’acqua.

La rimozione dal lume intestinale di sostanze osmoticamente attive stabilisce, infatti, un’ulteriore gradiente osmotico favorevole al flusso d’acqua verso il torrente circolatorio.

L’assorbimento del glucosio è facilitato dalla contemporanea presenza di sodio nel liquido ingerito, e ciò spiega anche perchè bevande contenente adeguate concentrazioni di glucosio e di sodio risultino più facilmente assorbite a livello dell’intestino tenue rispetto alla semplice acqua.

Tuttavia, è comunque importante che le concentrazioni dei soluti non siano tali da rendere la soluzione ipertonica poiché in tal caso si verifica, in corrispondenza della membrana cellulare degli enterociti, un’inversione del gradiente osmotico che favorisce un richiamo d’acqua nel lume intestinale. Ciò può determinare l’insorgenza di una sintomatologia caratterizzata da crampi addominali accompagnati da nausea e diarrea, e può contribuire ad una ulteriore riduzione del volume plasmatico con influenze negative sullo stato di idratazione dell’atleta.

In definitiva, poiché la velocità di assimilazione dei liquidi ingeriti dipende, come abbiamo detto, tanto dalla velocità di svuotamento gastrico quanto dalla velocità di assorbimento intestinale, possiamo affermare che, se è vero che una soluzione di carboidrati ed elettroliti può rallentare lo svuotamento dello stomaco rispetto alla ingestione della sola acqua, tuttavia l’assimilazione finale delle due soluzioni può risultare la stessa in quanto la captazione dei fluidi in corrispondenza dell’intestino prossimale è marcatamente stimolata dalla presenza nelle bevande del glucosio e degli elettroliti (particolarmente il sodio), purché in adeguata concentrazione.

La formulazione di una bevanda da utilizzare per il reintegro idrico-salino durante un’attività fisica prolungata deve, pertanto, necessariamente tenere conto di questi fattori e del fatto che l’effetto stimolante del glucosio e del sodio sull’assorbimento dell’acqua è il meccanismo fondamentale sul quale si basa l’efficacia delle bevande a contenuto energetico ed elettrolitico.

Un assorbimento ottimale d’acqua si ha per concentrazioni di glucosio, nelle bevande ingerite, comprese tra 60 e 160 mmol/l, pari a circa 10-30 grammi (1-3 %), mentre la concentrazione ottimale di sodio risulta compresa tra 90 e 120 mEq/l (2070-2760 mg).

La componente glucidica delle bevande utilizzate per la pratica sportiva svolge oltre a questo compito di agevolare l”assorbimento della quota idrica, anche quello di rifornire di una adeguata fonte di energia l’organismo impegnato nel lavoro muscolare.

Un adeguato e appropriato apporto di energia prima, durante e dopo la pratica sportiva, è l’elemento caratterizzante qualunque forma di esercizio fisico, tanto più quanto maggiore è l’impegno atletico e il dispendio energetico conseguente.

Tra tutti i nutrienti energetici disponibili i glucidi, anche detti zuccheri o carboidrati, rappresentano il principale, e a nostro avviso unico, vero “integratore energetico”.

L’esigenza di una alimentazione sana é oggi fortemente sentita da strati sempre crescenti di popolazione, e tra questi gli sportivi rappresentano una categoria particolarmente sensibile al richiamo di un”alimentazione priva di agenti contaminanti che contribuisca a promuovere un buono stato di salute e a migliorare così la prestazione atletica.

Anche l’acqua, quindi, deve essere in primo luogo priva di contaminanti e scorie, un’acqua sicura; le acque minerali e quelle le cui fonti vengono regolarmente controllate presentano maggiori elementi di sicurezza.

“Nella fase di commercializzazione l’acqua minerale naturale non deve presentare alterazioni che rappresentino un difetto del punto di vista organolettico e la carica microbica totale deve essere conforme al suo microbismo naturale” così come specificatamente indicato dalle Circolari del Ministero della Sanità n.17 del 13.9.1991 e n.19 del 12.5.1993.

L’acqua, priva di calorie, insapore e inodore, apportatrice di liquido e particolari sali minerali costituisce per il nutrizionista un grande alleato.

L’assunzione di una quota di acqua proporzionata alla quantità dei cibi ingeriti, ma soprattutto con appropriate caratteristiche chimico-fisiche garantisce oltre al trasporto dei nutrienti lo smaltimento per via urinaria delle scorie metaboliche prodotte, aumentando la velocità del ricambio.

E’ consigliabile quindi assumere un’acqua con proprietà depurative, leggermente diuretica e dalle caratteristiche leggermente basiche per favorire il normale funzionamento renale e lo smaltimento dei cataboliti proteici.

Inoltre le acque minerali ricche di calcio possono contribuire all’apporto alimentare di questo minerale fondamentale per il funzionamento muscolare, per la trasmissione dell’impulso nervoso e per il metabolismo del tessuto osseo.

Regimi alimentari ipocalorici, a scarso apporto di cibi lattiero-caseari, relativamente troppo ricchi di fibre alimentari possono esporre l’organismo ad un concreto rischio di inadeguati apporti di calcio, che nel tempo ne condizionano negativamente lo stato di salute generale.

Recentemente inoltre alcuni studi avrebbero evidenziato un maggiore rischio di demineralizzazione ossea tra la popolazione sportiva come conseguenza di una maggiore utilizzazione metabolica del calcio e di una maggiore perdita del minerale con il sudore.

Pertanto, per quanto questi dati siano ancora oggetto di verifica, risulta utile suggerire agli atleti di preferire come bevande le acque a maggiore contenuto di calcio; infatti sembra ormai accertato che anche il calcio contenuto nell’acqua venga assorbito dalle cellule dell’intestino e sia pertanto metabolicamente utile, con una biodisponibilità pari a quella del calcio contenuto nel latte.

Questa raccomandazione trova giustificazione tanto per gli atleti più severamente impegnati nei programmi di allenamento, quanto per quelli sottoposti a regimi dietetici ipocalorici e per tutti coloro che per vari motivi, intolleranza o allergia al latte e ai suoi derivati, non siano in grado di realizzare un sufficiente apporto di calcio con l’alimentazione.

COMPOSIZIONE DELLE BEVANDE PER LO SPORT suggerita dal gruppo di esperti internazionali per conto della Comunità Europea

(EC directive on “Foods for intense performance”, 1991) modificata

Raccomandato Facoltativo

Carboidrati 30-100 grammi/litro Cloro max. 1500 mg/litro

Sodio max. 1100 mg/litro Potassio max. 225 mg/litro

Osmolarità < 500 mOsm/litro Magnesio max. 100 mg/litro meglio se lievemente ipotonica

Calcio max. 225 mg/litro

Tipo di Carboidrati (CHO) Contenuto massimo di CHO per evitare l’ipertonicità e/o una concentrazione troppo alta

Fruttosio 35 grammi

Glucosio 55 ²

Saccarosio 100 ²

Maltosio 100 ²

Maltodestrine 100 ²

Amidi Solubili 100 ²

SVUOTAMENTO GASTRICO

TIPO E VOLUME DI BEVANDA CHE TRANSITA ATTRAVERSO LO STOMACO IN 20”

TIPO (% di Glucosio) VOLUME (ml)

0 (acqua pura) 64

5 60

8 55

10 47

15 36

20 20

da R.J.Maughan, 1991 modificata

CARATTERISTICHE DI ALCUNE BEVANDE PER GLI SPORTIVI

BEVANDA CARBOIDRATIg/litro Tipo ELETTROLITI (mg/l)Sodio Potassio OSMOLARITA'(mOsm/litro)

IPOTONIC AD-HOC 28 S, F 506 164 173 ipotonica

FITGAR 59 S, F, MD 470 270 300 isotonica

ISODRINK 41 F, MD 500 180 290 isotonica

TIME DRINK 54 F, G, D, MD 400 290 310 isotonica

CHANGE 80 S, F, MD 598 273 Isotonica

FIT MINS 67 F, MD 430 120 Isotonica

ISOSTAD 69 S, F, G, MD 690 180 270 isotonica

GATORADE 60 S, G 410 117 320 isotonica

ENERVIT SPORT DRINK 70 S 520 260 300 isotonica

ACQUASPORT LIGHT 40 F, MD 450 130 240 isotonica

HYDRO 60 F 210 220 Isotonica

S= Saccarosio, F= Fruttosio, G= Glucosio, D= Destrosio, MD= Maltodestrine

1 cucchiaino da caffè = 5 grammi di zucchero

PRODOTTI CON MINERALI DESTINATI A REINTEGRARE LE PERDITE IDROSALINE CAUSATE DALLA SUDORAZIONE CONSEGUENTE ALL’ATTIVITA’ MUSCOLARE SVOLTA (Circolare 7 giugno 1999, n. 8 del Ministero della Sanità: Linee guida sugli alimenti adattati ad un intenso sforzo muscolare soprattutto per gli sportivi)

Contengono elettroliti per reintegrare le perdite idrosaline causate dalla sudorazione conseguente all’attività muscolare svolta.

Le basi caloriche devono essere costituite da carboidrati semplici e/o maltodestrine

La concentrazione nel prodotto pronto per l’uso deve essere compresa tra il 2-6 %, in funzione della destinazione d’uso.

L’integrazione con vitamina C ed eventualmente con altri nutrienti è facoltativa.

La concentrazione degli elettroliti, nella forma pronta per l’uso, deve essere:

Ione Non più di mEq/l corrispondenti a mg/l

Sodio 45 mEq/l 1035 mg/l

Cloro 36 mEq/l 1278 mg/l

Potassio 7.5 mEq/l

I crampi muscolari

A chi fa le prove lunghe di corsa capita di non raramente il crampo muscolare: lo si vede nelle prove non competitive, ma lo si è visto anche ad Osaka, ai Campionati Mondiali (dove la temperatura e l”umidità determinavano una sudorazione abbondantissima), nei maratoneti e nei marciatori. Il crampo é una contrazione di un muscolo (o da un gruppo di muscoli) che é involontaria, che è dolorosa, che di solito dura da poche decine di secondi ad alcuni minuti e che è prevalentemente localizzata al polpaccio, più raramente ai piedi, alla parte posteriore o anteriore della coscia o in altre sedi. Oltre che nei corridori e nei marciatori, capita anche ai ciclisti, ai triathleti, ai tennisti, ai calciatori e ad altri sportivi.

Il crampo di solito obbliga ad interrompere l’attività che si sta compiendo e talvolta al definitivo abbandono di essa. Si verifica soprattutto (come è successo ad Osaka) quando la produzione di sudore è abbondante e dura a lungo, ma anche negli atleti che sono affaticati per il fatto di avere svolto un’attività che, in rapporto a quello che è il loro grado di allenamento, è più intensa e/o più prolungata.

Se è vero che esistono malattie o farmaci (soprattutto i diuretici) che rendono più frequenti i crampi, è anche vero che i corridori che ne sono colpiti di solito non hanno assunto diuretici e sono del tutto sani, senza alcun tipo di patologia ai muscoli o al sistema nervoso e senza problemi circolatori.

Il meccanismo attraverso il quale si determina il crampo non è stato ancora completamente chiarito. Semplificando un po’ le cose, si discute ancora se la causa è prevalentemente centrale (determinata, cioè, da “ordini” errati che partono dai motoneuroni, la cellule nervose dalle quali dipende la contrazione delle fibre muscolari), oppure periferica (causata da squilibri insiti nella fibra muscolare). Esiste senza dubbio, in ogni caso, un legame fra l”eccessiva sudorazione e il crampo, tanto che esso, prima che dai medici dello sport, era stato studiato per decenni dai medici del lavoro; questi ultimi parlavano di crampo del minatore (o di crampo del fuochista) per definire tale disturbo che si verificava di solito in chi lavorava in condizioni ambientali che portavano – proprio come succede talvolta nello sport – a sudare abbondantemente.

Il fatto stesso che il crampo sia più frequente quando la temperatura è elevata (nello sport, del resto, si parla anche di “crampo da calore”) e in coloro che hanno perso grandi quantità di acqua e di minerali, ad ogni modo, fa capire quanto possano essere importanti i disturbi del bilancio elettrolitico. Si tende di solito a dare importanza agli squilibri, soprattutto a quelli del sodio, ma anche del cloro, del magnesio e del calcio, o all’abbassamento del rapporto sodio/potassio o all’aumento dell’ammonio.

Si tenga presente che una variazione nel contenuto del sodio nell’organismo non è necessariamente accompagnata da un analogo cambiamento della concentrazione di esso nel sangue. Lo stesso vale di frequente per gli altri elettroliti che, dunque, risultano quasi sempre nella norma ad un prelievo di sangue eseguito dopo la gara in quegli atleti che, per esempio, hanno sofferto di crampi nel corso di una competizione da poco portata a termine e dalla quale hanno magari dovuto ritirarsi proprio a causa dei crampi.

Gli atleti più predisposti ai crampi, ossia coloro che – a parità del grado di allenamento, delle condizioni ambientali e dello sforzo compiuto – hanno spiccata tendenza ad incorrervi, in ogni caso, sudano verosimilmente più degli altri e in genere assumono dosi minime o inadeguate di minerale nella loro dieta quotidiana. Può perciò avere un ruolo fondamentale ciò che, specie nei periodi più caldi dell’anno, viene assunto nel corso della competizione o dell’allenamento oppure nelle fasi di recupero fra una seduta e l”altra da parte da parte di chi compie sforzi prolungati e/o si allena a lungo, magari con due sedute quotidiane.

E’ vero che la disidratazione fa aumentare la sete e spinge dunque a bere; ed è vero altresì che certi soggetti tendono ad assumere in abbondanza proprio i cibi che contengono le sostanze di cui sono più carenti (chi ha perso molto sodio, per esempio, dà spesso la preferenza ai cibi salati). Non tutti gli sportivi, però, avvertono questa fame selettiva e non tutti, dunque, ricorrono spontaneamente a cibi o a bevande che sono i più adatti al ripristino del perfetto bilancio idrico e salino dell’organismo.

Per recuperare l’acqua persa, c’è chi, per esempio, ricorre a bevande o a frutti (si pensi, nel periodo estivo, al melone e all’anguria) che di acqua ne contengono di certo una grande quantità, ma che hanno bassissime concentrazioni in sodio e, soprattutto, bassissimi rapporti sodio/potassio. Lo squilibrio elettrolitico dell’organismo tende così a peggiorare. Poiché è difficile credere che le conoscenze sul contenuto in minerali delle diverse bevande e dei diversi alimenti siano possedute da tutti coloro che corrono (non le ha neanche la maggior parte dei medii…), l’utilizzo delle bevande specifiche per sportivi può essere una comoda scorciatoia per i crampi quando si suda in grande abbondanza.

Secondo alcuni ricercatori, esiste un altro fattore che ha un ruolo importante nell’insorgenza dei crampi: è l’accumulo di ammonio nei muscoli durante lo sforzo. Nel soggetto ben allenato, aumenta la capacità di smaltire tale sostanza; da tale punto di vista, in ogni caso, molto efficaci sembrano essere gli aspartati, contenuti in alcune bevande per gli sportivi.

La prevenzione dei crampi, però, oltre che dalle bevande, dipende anche dall’utilizzo di metodiche di allenamento più adatte alla prova che si pratica (e all’ambiente in cui la si compie); esse, fra le altre cose, fanno sì che l”organismo impari a sudare meglio e, di conseguenza a perdere meno minerali.

(Enrico Arcelli)

La pubalgia dello sportivo

LA PUBALGIA DELLO SPORTIVO:
INQUADRAMENTO CLINICO E STRATEGIE
TERAPEUTICHE

Gian Nicola Bisciotti
Cattedra di Riabilitazione Funzionale dello Sportivo, Facoltà di Scienze dello Sport dell’Università Claude Bernard di Lione (F)
Centro di Ricerca e d’Innovazione per lo Sport, Facoltà di Scienze dello Sport dell’Università Claude Bernard di Lione (F)

Abstract

La pubalgia è una patologia di difficile e controversa interpretazione, soprattutto in virtù della complessità anatomica della regione pubica, nonché del frequente sovrapporsi di diverse ed ulteriori patologie che rendono il quadro clinico spesso non chiaro. La prima parte di questa lavoro passa in rassegna le differenti interpretazioni e le diverse scuole di pensiero, riguardanti le variegate forme cliniche. In seguito viene illustrato il protocollo conservativo maggiormente indicato nel quadro pubalgico. Infine, vengono descritte le tecniche chirurgiche a tutt’oggi maggiormente utilizzate.
Parole chiave: pubalgia, patologia parieto-addominale, adduttori, parete addominale, riabilitazione.

INTRODUZIONE

La pubalgia è una patologia la cui epidemiologia resta poco chiara, soprattutto in ragione della complessità di tipo anatomico della regione pubica e del frequente sovrapporsi, al quadro clinico, di altri tipi di patologia (Bouvard e \r\ncoll., 2004). Anche il termine stesso di pubalgia si presenta, secondo alcuni Autori, come ambiguo, o per lo meno riduttivo e comunque non consono alla complessità della patologia in questione (Vidalin e coll., 2004). A dispetto di questa “disomogeneità concettuale”, sia in termini diagnostici, sia per ciò che riguarda i possibili interventi terapeutici, la pubalgia è divenuta, da patologia tipica dei soli atleti di alto profilo agonistico, un problema sempre più diffuso ad ogni livello sportivo, tanto da interessare attualmente soprattutto gli atleti di livello intermedio, in ragione delle condizioni di pratica spesso non idonee ad una sua prevenzione (Puig e coll., 2004). La prima diagnosi di pubalgia si deve a Spinelli e risale a più di settanta anni fa (Spinelli, 1932), da allora non ha mai smesso di suscitare polemiche interpretative e concettuali (Irschad e coll., 2001). Da quanto reperibile in bibliografia, in Europa le attività sportive maggiormente a rischio sarebbero rappresentate in primo luogo dal football e, ad un livello minore, dall’ hockey, dal rugby e dalla corsa di fondo (Arezky e coll., 1991; Berger, 2000; Durey e Rodineau, 1976; Durey, 1987; Ekstrand e Hilding, 1999: Gibbon, 1999; Gilmore, 1998, Le Gall, 1993; Volpi, 1992; Gal, 2000) . Tuttavia, occorre sottolineare che nessuno dei lavori citati, rapporta l’incidenza della patologia al numero dei tesserati nelle varie discipline sportive in questione, e che, soprattutto, la maggior parte di questi studi sarebbe scartata se si seguissero i criteri minimi di una meta analisi (Orchard e coll., 2000). In ogni caso nell’ambito del calcio esistono senza dubbio molti gesti tecnici che possono favorire l’insorgenza della patologia: salti, dribbling, movimenti di cutting in generale, contrasti in fase di gioco effettuati in scivolata ( e quindi con gamba abdotta e muscolatura abduttoria in tensione), costituiscono indubbiamente dei fattori che causano forti sollecitazioni a livello della sinfisi pubica, innescando un meccanismo di tipo sinergico e combinato tra muscolatura abduttoria ed addominale (Benazzo e coll., 1999). Oltre a ciò, il gesto stesso del calciare e la corsa effettuata su terreni che possono risultare in un certo qual modo sconnessi, costituiscono ulteriori fattori di intensa ed abnorme sollecitazione funzionale della sinfisi pubica (Benazzo e coll., 1999; Scott e Renström, 1999). Sempre a questo proposito è importante ricordare la teoria formulata e proposta da Maigne (1981), basata sullo squilibrio funzionale nel quale si trova ad operare meccanicamente la colonna del calciatore costretto, dalle esigenze biomeccaniche di gioco, ad un costante atteggiamento iperlordotico. Questa particolare situazione provoca, a livello della cerniera dorso-lombare, un conflitto tra le articolazioni vertebrali ed il piccolo ed il grande nervo addomino-genitale, responsabile, quest’ultimo, dell’innervazione sensitiva della regione inguinale.

SINTOMI, CLINICA E DIAGNOSI

I dolori causati dalla pubalgia sono bilaterali nel 12% dei casi, interessano per il 40% dei casi la regione adduttoria e solamente nel 6% dei casi la zona perineale (Gilmore, 1998). I 2/3 dei pazienti affetti da pubalgia riferiscono un insorgenza della sintomatologia dolorosa di tipo progressivo, mentre solamente 1/3 denuncia un insorgenza brutale (Gilmore, 1998). Il quadro clinico della pubalgia è caratterizzato da una sintomatologia di tipo soggettivo ed obiettivo. I sintomi soggettivi sono identificabili principalmente nel dolore e nell’impotenza funzionale. La sintomatologia dolorosa presenta delle intensità molto variabili, che possono andare dal semplice fastidio, la cui insorgenza è determinata dalle sollecitazioni delle zone anatomiche interessate, sino al dolore acuto di intensità tale da compromettere anche la normale vita di relazione del paziente, in attività quotidiane come la deambulazione, il vestirsi, la salita e la discesa delle scale, arrivando talvolta anche ad impedire il sonno.
L’insorgenza dolorosa può comparire in seguito a gara e/o allenamento, essere già presente prima della prestazione e scomparire durante la fase di riscaldamento, per poi ricomparire nel prosieguo dell’attività. Nei casi estremi la sintomatologia algica impedisce di fatto la prestazione stessa. Il dolore può irradiarsi, estendendosi lungo la muscolatura adduttoria e/o addominale, in direzione del perineo e degli organi genitali, generando, in tal modo, dei possibili errori diagnostici. L’impotenza funzionale è ovviamente direttamente correlata con l’intensità della sintomatologia dolorosa. Dal punto di vista oggettivo, il paziente lamenta dolore alla palpazione ed allo stiramento contro resistenza; inoltre, in quest’ambito, riveste una grande importanza l’osservazione di come il paziente si muova, cammini e si spogli. Un altro fattore d’importante aiuto nella visita clinica, è la ricerca di un eventuale segno di Malgaigne, ossia, della presenza di una curvatura oblunga posta tra l’arcata crurale ed il bordo inferiore dei muscoli obliqui (Fournier e Richon, 1992). Per ciò che riguarda la diagnostica per immagini, è sempre consigliabile effettuare un esame radiografico del bacino che evidenzi la situazione della sinfisi pubica, in modo tale da poter verificare la presenza di eventuali erosioni, dismetrie della branche pubiche, presenza di artrosi (frequente anche in soggetti giovani), o patologie delle articolazioni coxo-femorali. A questo proposito è importante sottolineare come attraverso un esame RX dinamico, effettuato in appoggio monopodalico alternato, si possa formulare la diagnosi d’instabilità sinfisaria, nel momento in cui si riscontri, tra le branche orizzontali del pube, uno sfalsamento verticale maggiore di 3 mm (Christel e coll., 1993; Death e coll., 1982; Ghebontini e coll., 1996). L’ecografia trova una sua indicazione nel caso di sospetta ernia inguinale o crurale e può, eventualmente, essere completata da una peritoneografia. La scintigrafia ossea costituisce un esame di scarsa specificità, in effetti ogni tipo di lesione ossea sinfisaria, sia di tipo traumatico, che tumorale od infettivo, indurrebbe un ipercaptazione a livello della sinfisi stessa. Tuttavia, un’ipercaptazione che si normalizzi dopo un trattamento conservativo, costituisce un importante elemento che può deporre a favore di un’eventuale ripresa dell’attività sportiva (Lejeune e coll., 1984; Zeitoun e coll., 1995). L’esame d’elezione si dimostra comunque la RM (Ghebontini e coll., 1996; Berger, 2000), che può dare informazioni dettagliate sia sulla situazione ossea, che sulle strutture inserzionali. Anche l’ecografia, soprattutto se effettuata in dinamica, è in grado di evidenziare zone di edema flogistico, ematomi (in caso di lacerazioni muscolo-tendinee), zone di degenerazione mixoide, di metaplasma condrale o calcifico [4] di fibrosi.
L”esame clinico si basa su alcuni test muscolari di semplice esecuzione basati sulla contrazione e sulla distensione passiva.

I FATTORI PREDISPONENTI

Esisterebbero dei fattori intrinseci ed estrinseci, che potrebbero predisporre l’atleta all’insorgenza della pubalgia.

Tra i fattori intrinseci, quelli che raccolgono il maggior consenso tra i vari Autori, (Durey, 1987; Bouvard e coll., 2004) sono: una patologia a carico dell’anca o dell’articolazione sacro-iliaca una franca asimmetria degli arti inferiori l’iperlordosi uno squilibrio funzionale tra muscoli addominali e muscolatura adduttoria: la muscolatura addominale si rivelerebbe debole se rapportata alla muscolatura adduttoria che, al contrario, si presenterebbe forte ed eccessivamente rigida una muscolatura ischio-crurale poco elongabile.
Le coxopatie, ovviamente, sia che risultino essere malformative, oppure di tipo degenerativo, costituiscono un fattore peggiorativo supplementare (Durey, 1984; Joliat 1986; Morelli e coll., 2001; Rochcongar e Durey, 1987).

Tra i fattori estrinseci ritroviamo invece (Brunet, 1983; Brunet e coll., 1984; Volpi, 1992):

inadeguatezza dei materiali utilizzati: un esempio tipico nell’ambito del calcio è costituito dall’utilizzo di tacchetti troppo lunghi su terreni secchi, oppure troppo corti in caso di terreni morbidi (Puig e coll., 2004) inidoneità del terreno di gioco errori nella pianificazione dell’allenamento.

Nello sportivo quindi la pubalgia sarebbe indotta dalla combinazione di eccessive trazioni muscolari da parte della muscolatura addominale ed adduttoria, da stress a livello osseo causati da torsioni ed impatti che si verificherebbero durante la corsa, da movimenti violenti effettuati con scarso controllo muscolare (come ad esempio tiri, tackles, cambiamenti di direzione ecc.) e da costrizioni meccaniche, soprattutto di tipo torsionale, della sinfisi pubica (Gibbon, 1999; Orchard e coll., 1998; Wodecki e coll., 1998). La maggioranza degli Autori concorda con il fatto che, in condizioni di normalità funzionale, i muscoli dell’addome e la muscolatura adduttoria, hanno una funzione antagonista ma biomeccanicamente equilibrata. Nelle pubalgie esisterebbe un disequilibrio tra adduttori troppo potenti e muscoli larghi dell’addome di tonicità insufficiente. Di fatto, questo disequilibrio funzionale si ripercuoterebbe negativamente a livello pubico (Anderson e coll., 1989; Brunet, 1983; Brunet e coll., 1984; Christel e coll., 1993; Christel e coll., 1997; Kremer Demuth, 1998). Per alcuni Autori (Kremer Demuth, 1998), l’ipertonia del muscolo quadricipite femorale parteciperebbe a questo disequilibrio funzionale, aggravandolo.
A titolo esemplificativo, possiamo utilizzare l’esempio della barca a vela. Come è possibile osservare in Figura 8, il muscolo retto addominale è paragonabile all’albero di un’imbarcazione, la vela rappresenterebbe i muscoli obliqui, mentre lo scafo e la chiglia costituirebbero rispettivamente il pube ed i muscoli adduttori della coscia. Se i muscoli obliqui sono troppo deboli, accade quello che si verificherebbe nel caso in cui la vela non fosse ben fissata e brandeggiasse sotto un forte vento: in questo caso le forze eccessive, trasmesse all’albero causerebbero una suo cedimento. Quindi, nel caso specifico della pubalgia, le forti tensioni a livello della muscolatura addominale, causerebbero dei danni a livello pubico, in corrispondenza delle inserzioni del retto addominale e della muscolatura adduttoria. In questo caso, il rinforzo dei muscoli obliqui, che nel nostro esempio equivarrebbe alla fissazione della vela allo scafo (Figura 9), ridurrebbe drasticamente le forze tensive a livello pubico. Occorre comunque ricordare come altri Autori identifichino, come ulteriore fattore di rischio pubalgico, un rapporto inferiore all’80% tra forza tensiva dei muscoli adduttori e quella dei muscoli abduttori (Nicholas e Tyler, \r\n2002) ed altri ancora, un rapporto deficitario tra forza dei muscoli estensori del busto e muscoli flessori, anche in questo caso il valore normativo di riferimento sarebbe pari a 0.8 (Gal, 2000). Infine altri studi (Bouvard e coll., 2004), includono tra i fattori predisponenti uno scarso equilibrio monopodalico, tuttavia, la nostra esperienza terapeutica non ci permette di condividere quest’aspetto, essendo peraltro la gestione dell’equilibrio, sia statico, che dinamico, riconducibile ad una modalità di controllo estremamente multifattoriale, che rende difficile ogni tipo di inferenza, ed ancor più in questo campo specifico.
A livello anatomico, è importante ricordare che ben sei, dei sette muscoli adduttori, sono innervati dal nervo otturatore [5], e come la loro origine si situi nelle immediate vicinanze del pube, permettendogli biomeccanicamente di agire come degli adduttori dell’anca in catena cinetica aperta, ma di ricoprire anche un importante ruolo di stabilizzatori in catena cinetica chiusa. Non a caso, gli sportivi affetti da pubalgia, mostrano un forte potenziale muscolare concentrico della muscolatura dell’arto inferiore in toto, ma contestualmente dimostrano un deficit di forza resistente dei muscoli posturali (Bouvard e coll.,\r\n2004; Nicholas e Tyler, 2002).

IL TRATTAMENTO CONSERVATIVO

Allo stato attuale delle conoscenze, i dati ritrovabili in letteratura non permettono di trovare un unanime consenso per ciò che riguarda la durata di un possibile trattamento di tipo conservativo della sindrome pubalgica nello sportivo. La durata di quest’ultimo, va infatti da 2 a 3 settimane secondo alcuni Autori (Gilmore, 1988), sino a 6 mesi secondo altri (Holt e coll., 1995). In linea di massima comunque la maggior parte degli Autori concorda su di un trattamento conservativo la cui durata è di circa 3 mesi (Brunet e coll., 1984; Fournier e Richon, 1992; Zeitoun e coll., 1995). In ogni caso il trattamento conservativo della pubalgia deve necessariamente conformarsi ai seguenti criteri:

la tipologia anatomo-clinica

l’età e la motivazione del paziente

il livello sportivo dell’atleta

l’intensità e la tipologia della sintomatologia dolorosa.

Normalmente, alla terapia conservativa, viene associato un periodo di riposo completo sufficientemente prolungato, al fine di ottenere un consolidamento degli elementi tendineo-muscolo-aponevrotici interessati dalla lesione. Oltre a questo, è generalmente prevista una terapia antalgica a base di FANS (Brunet e coll., 1984; Fournier e Richon, 1992; Zeitoun e coll., 1995) e/o di steroidi per os (Batt e coll., 1995), nei casi particolarmente acuti e ribelli può essere indicata una terapia infiltrativa (Holt e coll., 1995). Molte volte nella terapia infiltrativa vengono utilizzati anche farmaci ad azione anestetica (normalmente Xilocaina al 2%), allo scopo di poter rendere disponibile l’atleta all’attività agonistica. È chiaro che questo tipo d’intervento, presuppone delle componenti di rischio non indifferenti per l’integrità fisica dell’atleta, che non ricevendo più stimoli nocicettivi, può superare i limiti funzionali imposti dalla patologia, con tutti in rischi che a questo conseguono. Nelle forme cronicizzate è anche in uso utilizzare una tecnica di ricostruzione del tessuto tendineo, che consiste nell’iniettare in loco sostanze solubili, appartenenti ad altre specie animali, ottenendo in tal modo, per rigetto biologico, la formazione di nuovo tessuto fibroso. Tale tessuto di neo-formazione viene poi plasmato con programmi di lavoro basati su contrazione eccentrica, stretching assistito e posture, in modo tale da ottenere un corretto orientamento delle fibre neo-formate lungo le linee direzionali di forza del tendine. In tal modo si otterrebbe lo sviluppo di un neo-tendine che può sostituire, o comunque rinforzare, la struttura tendinea deteriorata (Ferrario e coll., 2000). A queste prime fasi, segue un secondo periodo basato sul trattamento fisiokinesiterapico (Fournier e Richon, 1992).
Secondo i dati desumibili in letteratura, il trattamento conservativo permette di raggiungere la guarigione completa in circa l”80% dei casi ed è comunque raccomandato, come prima scelta terapeutica, dalla maggioranza degli autori (Bouvard e coll., 2004; Irschad e coll., 2001; Morelli e Smith, 2001; Orchard e coll., 2000; Baquie, 2000; Fon e Spencer, 2000; Linch e Renström, 1999; Gilmore, 1998; Kremer e Demuth, 1998; Wodecki e coll., 1998; Christel e coll., 1997; Djian, 1997; Arezki e coll., 1991; Durey, 1984; Brunet, 1983; Durey e Rondineau, 1976). Solamente nel caso del fallimento di un trattamento conservativo, condotto secondo appropriate tecniche terapeutiche e protratto per un tempo sufficientemente lungo, occorre giocoforza considerare la soluzione chirurgica (Christel e coll., 1993). In base alla nostra esperienza terapeutica, un trattamento conservativo deve rispettare i seguenti punti:

rinforzo della muscolatura addominale in toto ed in particolar modo dei muscoli obliqui e del terzo inferiore del retto addominale

allungamento e detensione della muscolatura adduttoria

condizionamento muscolare della muscolatura adduttoria contestuale al progressivo rinforzo della muscolatura addominale

condizionamento e rinforzo sinergico della muscolatura addominale, adduttoria e lombare.

Inoltre, occorre sottolineare che, anche in caso di sintomatologia unilaterale, è sempre buona norma, soprattutto a scopo preventivo, effettuare tutti gli esercizi contemplati nel piano di lavoro, in forma bilaterale (Renström e Peterson, 1980).

Analizzeremo ora i quattro punti sopra citati, fornendo anche, seppur in linea generale, i principi ed i mezzi terapeutici ai quali attenersi in ognuna delle quattro tappe considerate.

1) Rinforzo della muscolatura addominale
La tonificazione della parete addominale deve essere effettuata gerarchizzando opportunamente i tipi di contrazione proposti al paziente. Durante il primo periodo di trattamento gli esercizi addominali debbono essere eseguiti in modalità isometrica, nella parte centrale del programma conservativo si potrà passare alla contrazione concentrica, e solamente nell’ultima fase del trattamento potrà essere proposta la contrazione eccentrica. Gli esercizi fondamentali sui quali basare il programma di rinforzo della parete addominale sono essenzialmente costituiti dal “Crunch” e dal “V Up”, con le loro relative varianti.

2) Allungamento e detensione della muscolatura adduttoria
L’allungamento e la detensione della muscolatura adduttoria, deve essere impostato, oltre che sugli esercizi classici di stretching e sulle posture globali, anche e soprattutto applicando i principi dello Stretch & Spray enunciati e descritti da Travell e Simmons (1988). Il raffreddamento muscolare diretto, che si esegue in questa particolare tecnica fisokinesiterapica, determina infatti un fenomeno di miorilassamento, verosimilmente dovuto ad un inibizione dei fusi neuromuscolari, la cui attività diminuisce di circa il 50% per ogni 10° C di riduzione termica. Questo fenomeno permette un’elongazione del complesso muscolo-tendineo, altrimenti impossibile attraverso le tradizionali tecniche di stretching.

3) Il condizionamento muscolare della muscolatura adduttoria
Dopo una prima fase di rinforzo essenzialmente a carico della muscolatura addominale, deve seguire un contestuale condizionamento della muscolatura adduttoria, soprattutto nei casi in cui la situazione tendineo-inserzionale di quest’ultima sia carente dal punto di vista strutturale.

4) La “core stability”

L’ultima tappa del piano di lavoro conservativo, consiste nel allenamento contestuale e sinergico della muscolatura addominale, adduttoria e lombare, al fine di creare un armonico ed equilibrato sinergismo muscolare di questi tre gruppi muscolari. A questo scopo ci sembra particolarmente adatta la “core stability”, intendendo con questo termine tutta una serie di esercitazioni specifiche che si eseguono grazie all’utilizzo della Swiss Ball. Gli esercizi di core stability coinvolgono la muscolatura addominale in toto (retto, traverso, obliqui e piramidale) associando a ciò una richiesta di stabilità segmentale, soprattutto a carico del tratto lombare, che coinvolge attivamente la muscolatura della loggia lombare (quadrato dei lombi) i muscoli paravertebrali, il multifido e l’erettore della colonna (Behm e coll, 2002; Hodges e Richardson, 1996; McGill, 2001). Il dato importante da sottolineare è che grazie agli esercizi di base facenti parte del programma di core stability si è in grado di ottenere un livello di attivazione maggiore dei muscoli coinvolti nel movimento, rispetto allo stesso tipo di esercizio effettuato su di una superficie stabile (Marshall e Murphy, 2005). Di seguito proponiamo alcuni esempi esercitativi desunti dal programma di core stability da noi utilizzato.

IL TRATTAMENTO CHIRURGICO

Di norma, l’indicazione chirurgica, dovrebbe essere riservata ai pazienti che non abbiano fatto registrare nessun tipo di miglioramento clinico evidente, dopo essere stati sottoposti ad un adeguato trattamento conservativo della durata di almeno tre mesi e che presentino un’eziologia parieto-addominale (Durey, 1984; Gilmore, 1988; Fournier e Richon, 1992; Christel e coll., 1993; Moyen e coll., 1993; Christel e coll., 1996). In linea generale la pubalgia può essere corretta chirurgicamente sia attraverso una detensione dei muscoli adduttori, che attraverso un ritensionamento dei muscoli larghi dell’addome (Christel e coll., 1993; 1996). La detensione della muscolatura adduttoria può essere realizzata sia grazie ad una tenotomia percutanea, essenzialmente a carico dell’adduttore lungo (Vidalin e coll., 2004), che attraverso un accesso chirurgico diretto, con asportazione delle lesioni fibrocicatriziali a livello inserzionale. Quest’ultima tecnica chirurgica, è comunque ritenuta, in linea generale, come troppo distruttiva, soprattutto nel caso di sportivi di alto profilo prestativo (Christel e coll., 1993; 1996) ed è, di norma, riservata alle forme di pubalgie secondarie ad una tendinopatie “pura” degli adduttori, senza segni clinici che permettano di avanzare l’ipotesi di una insufficienza della parete addominale (Moyen e coll., 1993). La tecnica a tutt’oggi maggiormente utilizzata è quella di Nesovic (Fournier e Richon, 1992), consistente in un riequilibrio, effettuato tramite plastica addominale, delle forze muscolari che entrano in gioco a livello sinfisario (Moyen e coll., 1993). Questo tipo di tecnica chirurgica, presente notevoli similitudini con l’intervento di Bassini utilizzato nella cura dell’ernia inguinale (Fournier e Richon, 1992). Riprendendo la già citata analogia con la barca a vela, il fatto di fissare la vela sulla plancia della barca, ossia sull’arcata crurale, ridistribuisce, di fatto, in maniera ottimale i vettori di forza, scaricando di conseguenza la base dell’albero, che rappresenta le inserzioni del retto addominale e dei muscoli adduttori. L’intervento di Nesovic presenta un tempo di dissezione ed uno di riparazione. L’incisione ha inizio a livello della spina del pube in direzione della spina iliaca antero superiore. In seguito viene scollata l’aponeurosi del grande obliquo, che viene inciso dall’orifizio superficiale del canale inguinale sino alla spina iliaca. A questo livello si constata spesso una deiscenza tra il bordo inferiore del tendine congiunto [6] e l’arcata crurale. Il tempo di riparazione avviene sia sul piano profondo, che su quello superficiale. Il tempo di riparazione sul piano profondo, definito da Nesovic come tempo di miofascioplastica, consiste nel portare a contatto la parete addominale con l’arcata crurale grazie ad una sutura tra l’estremità inferiore del retto addominale e del tendine congiunto al periostio pubico. A questo consegue un tempo di riparazione superficiale rappresentato dalla sutura dell’aponeurosi superficiale (Fournier e Richon, 1992; Jaeger, 1984).

CONCLUSIONI

La pubalgia resta comunque un interessante e controverso oggetto di discussione per ciò che concerne il suo iter terapeutico, sia nel caso in cui questo sia di tipo conservativo che chirurgico. In ogni modo, ci sembra fondamentale sottolineare l’enorme importanza che riveste in questo campo una corretta e precoce diagnosi. Infatti, solamente dopo aver diagnosticato con precisione, l’eziologia del dolore pubalgico, si è in grado di indirizzare il paziente verso il tipo di trattamento maggiormente consono al suo caso. Per questo motivo, l’esame clinico deve, nella maggioranza dei casi, essere supportato da adeguati esami strumentali, che possano aiutare lo specialista nella formulazione della diagnosi. Anche il trattamento conservativo, nei casi in cui quest’ultimo sia indicato, deve seguire dei criteri d’intervento ben precisi, dettati dai progressi funzionali del paziente e nel pieno rispetto della sintomatologia dolorosa da questi riportata.

Rispetta i tempi

Ogni infortunio ha i suoi tempi di guarigione, da rispettare come i dieci comandamenti. In certi casi si può tornare a correre dopo una settimana, in altre dopo due mesi.”
Qualunque infortunio o malattia richiede tempi d’ inattività che variano a seconda dei casi. Ovviamente, come in qualsiasi tentativo di addentrarsi nel futuro, tali tempi sono da considerarsi “salvo complicazioni”.
In talune situazioni, durante i periodi di fermo possono essere praticati sport alternativi quali il nuoto, il ciclismo, lo skate in linea e la palestra, in altre occorre il riposo assoluto. Prima di ricominciare a correre bisogna, inoltre, preventivare un periodo di rieducazione, utile per non ricadere nel medesimo infortunio.
Cerchiamo di addentrarci nei particolari, tenendo in considerazione i più frequenti infortuni del corridore.

DISTORSIONI

Il trauma distorsivo è spesso a carico della caviglia. Di norma interessa il suo compartimento laterale (dalla parte del malleolo peroneale per un trauma in varismo, ossia piegando il piede verso l’interno) e va classificato in base al danno che ha provocato. Il male minore è rappresentato dal  semplice dolore locale senza gonfiore o incapacità nel camminare. I traumi più importanti producono immediato gonfiore della caviglia e impossibilità a deambulare normalmente.
Qualora l’infortunio sia di modesta entità, per il ritorno gli allenamenti basteranno 4 o 5 giorni di riposo praticando un po’ di ciclismo. Nei casi più gravi, quelli in cui si richiede un periodo d’ immobilizzazione con tutore (gesso o bendaggio), la ripresa della corsa potrà richiedere dalle 2 alle 4 settimane.
Il ginocchio può distorcersi nella pratica di sport alternativi (sci, skate, calcio ecc) più che durante una corsa.\r\n\r\nUna distorsione benigna (ad esempio lo stiramento del solo legamento collaterale mediale, evento frequentissimo in queste tipo di infortunio) necessita di 2 settimane di riposo assoluto spesso con un tutore durante le quali si eseguono solo delle elettrostimolazioni muscolari.
Altre 2 settimane verranno dedicate alla riabilitazione ala quale si abbina la pratica di bicicletta e nuoto. Al mese si ricomincia la corsa. Se la distorsione è più grave potrà provocare la rottura di un menisco o del legamento crociato anteriore.
Spesso questi tipi di lesioni necessitano un interventi chirurgico, al termine del quale ci si rieduca e si riprende a correre ( dopo 15 giorni in caso di operazione al menisco mediale, dopo 30 se si tratta del menisco laterale e dopo circa 2 mesi per la rottura del crociato anteriore).
Menisco mediale e laterale sono indifferenti sia per la loro struttura, che per la loro funzione (il laterale sopporta un carico maggiore e stabilizza di più) e i traumatologi sportivi non incorreranno mai nell’ errore di prescrivere tempi di ripresa simili, col rischio di ritrovarsi il ginocchio gonfio e dolente in caso di anticipo dopo intervento al menisco laterale.

STIRAMENTI E STRAPPI

Passando alle lesioni muscolari, i cosiddetti stiramenti e strappi vengono classificati in 3 gradi di lesione: dal modesto stiramento (elongazione) si passa alla vera e propria rottura (quando resta permanentemente un buco nel muscolo) passando per lo strappo (distrazione).Qualcuno li classifica in 4 livelli, ma sul piano pratico cambia poco. Il muscolo, infatti, guarisce da solo, basta rispettare i giusti tempi di riposo.
Quando un dolore muscolare insorge in maniera ridotta e il corridore riesce a camminare senza sentirlo è facile che si tratti di un primo grado che guarisce in uno e due settimane. Se, invece, è costretto a fermarsi e trova difficile caminare si tratta di un danno maggiore che potrebbe richiedere un mese di riposo. L’ecografia muscolare è l’esame specifico permette di determinare meglio il gradi di lesione; solo in alcuni casi ci si avvale della risonanza magnetica nucleare.
Nei ragazzi in crescita (11/17 anni) è utile anche la radiografia per escludere che il muscolo possa aver “strappato” l’osso in cui s’inserisce. L’evento in sé non è grave, basta rispettare un periodo di riposo maggiore. Il muscolo guarisce da solo; guai, però, ad immobilizzarlo troppo (pericolosissimi i gessi!), perché si rischia di creare brutte cicatrici al suo interno.
La cura consiste nel confezionare un bendaggio compressivo per i primi 3 giorni e, dopo 7 giorni, nel praticare una leggera ginnastica di allungamento (senza ovviamente forzare) e della terapia fisica. Questo non per guarire prima, ma per evitare la complicazione più classica, la fibrosi (cicatrice nel muscolo).
A guarigione avvenuta è utile rinforzare il muscolo danneggiato prima di cominciare a correre.

TENDINITI

L’infiammazione di una guaina tendinea (la membrana che ricopre il tendine esattamente come il rivestimento isolante avvolge il filo di rame che trasporta la corrente) è frequente nel podista. Se l’infiammazione si limita alla guaina i tempi di ripresa sono brevi; se, viceversa, si insiste con la corsa e s’infiamma anche il tendine, occorrerà pure un mese prima di poter rincominciare a correre (salvo, ovviamente, la necessità di un intervento chirurgico).
Di solito viene colpito il tendine d’Achille, sono però a rischio anche il rotuleo (davanti al ginocchio), il tibiale posteriore (dietro al malleolo tibiale) e la bandelletta ileo tibiale (lateralemente al ginocchio). Nuoto e bicicletta sono fattibili in caso di interessamento dell’achilleo; bicicletta, nuoto e skate per il tibiale posteriore; nuoto per il rotuelo e la bandelletta ileo tibiale. (Rodolfo Tavana)

Il bite come nuovo rimedio alle patologie posturali

Il bite come nuovo rimedio alle patologie posturali

Quella delle patologie posturali ci riporta ad una tematica ampiamente dibattuta e profondamente sentita negli ultimi anni, soprattutto negli ambienti sportivi, laddove studi clinici hanno evidenziato come il loro verificarsi si ripercuota notevolmente sulla destrezza e sulla forza degli atleti, tanto da comprometterne le performances ed, in ultima analisi, i risultati.

E´ di fondamentale importanza, nella pratica di attività sportive, mantenere una corretta postura che si traduce essenzialmente nella giusta armonia tra le varie strutture del nostro corpo e nel loro articolarsi in perfetta sintonia con il mondo esterno. Solo in questa condizione i muscoli lavoreranno in maniera efficace, evitando eccessive tensioni e contratture di articolazioni e legamenti. Non è a caso, dunque, che proprio nell’esercizio delle discipline sportive, dove l´assetto corporeo della testa, colonna vertebrale, del bacino e degli arti è in continuo mutamento, che il manifestarsi di anomalie posturali è più probabile, spesso associate a dolore, una delle spie più ricorrenti nella diagnosi di queste patologia. Dolore che può manifestarsi a vari livelli: articolare (spalle, ginocchia, caviglie, anche), dell’ATM, cioè l´articolazione temporo-mandibolare, determinandone una sindrome disfunzionale oppure interessare altri distretti con cefalee, dolori al rachide (cervicale, dorsale e lombosacrale) ed agli arti o, come più spesso accade, con una sindrome disfunzionale dell’ATM associata ad algie posturali. “Una risposta tanto efficace quanto tempestiva ai non pochi disagi dovuti ad una scorretta postura è racchiusa in un piccolo dispositivo, il bite, in grado di ridurre sensibilmente queste problematiche, migliorando in maniera esponenziale le performances fisiche degli sportivi. Si tratta di un dispositivo in grado di correggere i vizi posturali, causati da uno scorretto equilibrio delle arcate dentarie e dei diversi segmenti corporei”, ci spiega il Dott. Luca Luigi Melchiorre, Specialista in Medicina dello Sport presso Il Centro di Medicina dello Sport di Pescara, al quale ci siamo affidati per conoscerne meglio i benefici. “Con l’applicazione del bite i muscoli masticatori troveranno un equilibrio tra loro, con conseguente recupero dell’assetto di tutta la catena muscolare. Tutto ciò eviterà alla colonna vertebrale di subire sollecitazioni scorrette ed, allo stesso tempo, la aiuterà a recuperare il suo assetto, migliorandone palesemente l’equilibrio e la capacità di sopportare correttamente il peso corporeo”. Questo dispositivo ha, in sostanza, il compito di modificare lo schema occlusale dello sportivo, senza in alcun modo intervenire sui denti e sulle strutture masticatorie, collocando la mandibola in un corretto rapporto con il mascellare superiore e favorendo una attività bilanciata dell’apparato neuro-muscolare. E´ generalmente sottile, nella maggior parte dei casi realizzato in resina, posizionato sull’arcata inferiore e privo di ganci: la sua presenza deve infatti creare il massimo confort possibile per il paziente ed evitare di introdurre nuovi o diversi scompensi. “L’utilizzo del bite è di fondamentale importanza in ambito sportivo – afferma il Dott. Melchiorre – in quanto permette di migliorare sensibilmente la prestazione ed il rendimento fisico durante il compimento del gesto atletico da parte degli sportivi, nei quali l’incidenza di patologie posturali è maggiore della restante popolazione, proprio a causa dell´esercizio dell´attività fisica portato al suo massimo limite e, soprattutto, a causa delle patologie recate dagli infortuni (da contatto fisico, da caduta, vedi discesa libera)”. Naturalmente, saranno l’ortognatodonzista, di concerto con il medico dello sport, nel corso della visita a prescrivere, e quindi somministrare, l’eventuale dispositivo più adatto al soggetto ed alla disciplina sportiva da esso praticata, anche in relazione agli accessori indossati durante allenamenti o gare: basti pensare alle forti sollecitazioni che è in grado di infierire il casco su un motociclista o un pilota automobilistico, i quali spesso devono ricorrere a tale dispositivo per l’insorgenza di sintomatologia vertiginosa, cefalalgica e di rachialgia. In queste specialità, così come in altre quali, ad esempio, il ciclismo lo sci, il podismo, i 100 mt, il lancio del giavellotto e così via, il bite diventa u ausilio strategico affinché le lunghe e fortissime sollecitazioni non possano recare danni all´assetto corporeo, riflettendosi poi sull’organismo intero e provocando danni che, se non corretti, potrebbero divenire anche seri. E´ proprio per questo che numerosi studi sono volti a dimostrare il fatto che il ripristino di una corretta occlusione a riposo ed in situazioni speciali (sport), si accompagna ad un netto miglioramento della forza ed elasticità muscolari, ottimizzando sensibilmente il rendimento atletico ed il pieno utilizzo delle capacità motorie dello sportivo. Quest’ultimo aspetto assume primaria importanza soprattutto in discipline di resistenza, dove il raggiungimento del risultato sportivo non si basa sulla forza esplosiva ma sul mantenimento di uno sforzo di medio-alta intensità prolungato nel tempo. Conseguenza non trascurabile del ripristino di un corretto assetto posturale, inoltre, si traduce in un minor rischio per l´atleta di subire infortuni funzionali, come fratture da stress e strappi muscolari. Ed è questo aspetto preventivo a rivestire un ruolo di fondamentale importanza, in quanto permette allo sportivo di migliorare il suo stato di benessere generale, alleviando quegli stress psicologici, che troppo spesso tendono ad inficiarne pesantemente la resa. L´esame della postura si basa essenzialmente sull’analisi dell’atleta nel suo insieme non solo, dunque, nella pratica dell’esercizio fisico, ma anche nel normale svolgimento di attività quotidiane. Ed è da questo quadro complessivo che, previo esame obiettivo completo, si effettuerà una valutazione globale che indirizzerà l’atleta verso una terapia del tutto personalizzata, coadiuvata da apparecchiature attraverso le quali effettuare un monitoraggio del trattamento con periodicità trimestrale o quadrimestrale, a seconda del caso. L´uso del bite ha dunque una durata variabile a seconda, non solo dell’usura intrinseca del dispositivo, ma soprattutto della correzione che deve essere praticata, avendo come scopo finale quello di far riprendere gradualmente al corpo il suo naturale equilibrio. Nessuna controindicazione né limite d’eta´ all´utilizzo dell’apparecchio, generalmente di ottima tollerabilità nei soggetti trattati.

Intolleranze alimentari

Test per le intolleranze alimentari: posizioni scientifiche ufficiali
Scritto da Franco Anichini

“Si conferma come il ricorso, purtoppo dilagante a queste pratiche, sia una perdita senz’altro di tempo, denaro e soprattutto salute”.
Torniamo sull’argomento dei test sulle intolleranze alimentari allo scopo di arricchire l’informazione di tecnici ed atleti. Ricordiamo che uno di questi test, Il DRIA test rientrante nella categoria dei test chinesiologici, sta alla base del lavoro della equipe recentemente convenzionata dalla IUTA per interessarsi degli atleti delle nazionali italiane di ultramaratona.
Il quesito è: questi test hanno una validità scientifica, oppure rispondono solo alle esigenze di una moda sempre più diffusa?
Per rispondere a questo interrogativo siamo andati in cerca delle posizioni ufficiali assunte dalle Società Scientifiche più prestigiose e da alcuni dei massimi esponenti italiani. Per cominciare, riferiamo di un lungo e pregevole intervento della Dott.ssa Donatella Macchia.
L’intervento intitolato “Allergie e intolleranze alimentari: inquadramento clinico e diagnostico” è pubblicato nel volume “Allergologia Oggi” pubblicato da Giannini editore, volume 1, anno 2008, pagine 243-260. Il volume è edito a cura della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Clinica (S.I.A.I.C.) Si tratta quindi di una posizione ufficiale della S.I.A.I.C.
La dott.ssa Donatella Macchia è resp. del servizio per la diagnosi ed il follow-up delle allergie ed intolleranze alimentari presso il S.S. Allergologia Immunologica Clinica, P.O. Nuovo S.Giovanni di Dio, Firenze. ed è il Segretario Nazionale della S.I.A.I.C.

“Introduzione”

Negli ultimi anni sempre più spesso vengono attribuiti all’allergia ed all’intolleranza alimentare sintomi quali la distensione gastrica e intestinale, i dolori addominali, le difficoltà digestive, la diarrea o la stitichezza oppure il sovrappeso e l’obesità, oppure anche la stanchezza cronica, la depressione, l”ansia. In realtà tutti questi sintomi sono raramente provocati dal cibo di per se stesso.
Nella forte “domanda” di conoscere la causa di questi malesseri si è inserita una “offerta” di esami e prestazioni diagnostiche la cui attendibilità è stata smentita da indagini scientifiche rigorose. Sulla base di questi test vengono prescritte diete spesso sbilanciate dal punto di vista nurtizionale se non addirittura pericolose: non sono rari i casi di anoressia. Viene inoltre ritardata una corretta diagnosi, e ritardato quindi il raggiungimento dello stato di salute. omissis…

Diagnosi di intolleranza alimentare

La diagnosi di intolleranza alimentare è possibile solo dopo aver indagato ed escluso un’allergia alimentare vera e propia e quindi è una diagnosi per esclusione.
Per confermare od escludere un’intolleranza alimentare farmacologica o da additivi è necessario modificare la dieta, eliminando tutti gli alimenti che contengono le sostanze di cui sopra, per un periodo di 2-3 settimane. A volte è necessario seguire una dieta molto ristretta a base di pochi alimenti sicuramente privi di queste molecole (dieta ipoallergenica o oligoallergenica) ad esempio: riso, tacchino, olio extravergine di oliva, insalata verde, pere sbucciate, acqua naturale o minerale, tè, zucchero di canna. Qualora con questa dieta, che deve essere comunque personalizzata, si ottenga la scomparsa dei sintomi, sarà necessario reintrodurre un alimento alla volta, ognuno per almeno 3 giorni, tenendo un diario dei sintomi. Nei casi controversi è necessario effettuare un test di provocazione in doppio cieco con placebo.
Come si può notare questo percorso diagnostico non è semplice nè agevole da seguire: per questo motivo sono fioriti metodi diagnostici “alternativi” alla medicina ufficiale.

Metodi diagnostici non provati

Il più autorevole testo di Allergologia, il Middleton (“Allergy, Principles and Practice” Mosby editore, 1998, pagine 1240-1242) definisce come metodi “non provati” quelle tecniche diagnostiche per allergie ed intolleranze alimentari prive di attendibilità scientifica e che non hanno dimostrato efficacia clinica. Tra i metodi non provati sono citati: citotest o test citotossico o leucocitotossico. il test elettrodermico o elettro-agopuntura. la chinesiologia applicata. l’iridologia. l’analisi del capello omissis…
La inattendibilità di questi test è confermata da numerosi lavori scientifici ancora più recenti, laddove si conferma come il ricorso, purtroppo dilagante a queste pratiche, sia una perdita senz’altro di tempo, denaro e soprattutto salute: in molti casi infatti si ritardano i tempi diagnostici quando alla base dei sintomi riferiti possono esservi malattie anche importanti.”

Fin qui la dottoressa Macchia.

Anche l’Associazione Allergologi Immunologi Terrritoriali Ospedalieri (AAITO) , altra associazione di Medici specialisti allergo-immunologi, ha pubblicato la propria presa di posizione a riguardo dei test proposti dalla Medicina Alternativa o comunque sui test citotossico, DRIA test ed altri, in un documento pubblicato su Rivista Internazionale, laddove si citano diversi lavori scientifici condotti per confrontare i test “alternativi” con i test universalmente adottati/proposti/convalidati/accettati a livello internazionale medico: da tutto ciò emerge che nessuno dei test alternativi ha valenza diagnostica per allergie -intolleranze alimentari.

Il prof. Giovanni Passalacqua aggiunge:

“A tutto’oggi , l’unica base solida per dare risposte ai quesiti è quella delle metodologie sperimentali rigorose, secondo i criteri della Evidence Based Medicine. Occorre cioè che la terapia o il test diagnostico vengano valutate in modo randomizzato, in doppio cieco e nei confronti di un controllo, che nel caso di terapie potrà essere un placebo o un trattamento già in uso. Studi rigorosi di tale tipo sono stati effettuati solo per alcune MAC (omeopatia, agopuntura, fitoterapia e tecniche manipolatorie), mentre per la maggior parte di esse non esiste alcuna prova scientifica di efficacia.
Test Kinesiologici. Queste metodiche (la più nota è il DRIA test) si basano sul presupposto che, al contatto diretto o indiretto con una sostanza nociva, l’organismo reagisca con una caduta del tono muscolare o della forza di contrazione. La misurazione viene effettuata con strumenti quali dinamometri, cicloergometri e talvolta anche con la semplice palpazione. Occorre ricordare che non esiste la dimostrazione di un qualche meccanismo che leghi la reazione allergica con la contrazione muscolare. L”efficienza diagnostica dei test kinesiologici è stata riportata in vari studi, nessuno dei quali adeguatamente controllato. Esiste un unico studio controllato condotto in doppio cieco: il test forniva il 16% di positività sia nei soggetti veramente allergici, sia in quelli non allergici. Al momento non esistono prove scientifiche che i test di forza muscolare siano in grado di diagnosticare correttamente l’allergia.
Per quanto riguarda i test diagnostici alternativi, nessuno di essi ha valore scientifico né prove sperimentali di efficacia. Il loro uso indiscriminato può portare a diagnosi errate e talvolta a provvedimenti terapeutici inadeguati e pericolosi. Pertanto, in accordo con tutte le linee guida, essi non dovrebbero essere mai utilizzati”
Il prof. Giovanni Passalacqua è Ricercatore nella Clinica di Malattie dell”Apparato Respiratorio e Allergologia dell’Università di Genova.

Intossicazione da acqua

L’acqua intossica

Bere la massima quantità d”acqua che possa essere tollerata. Questo è stato per lungo tempo l’imperativo per molti atleti, maratoneti in particolare, invitati dalle linee guida a bere più del necessario. Poi i primi casi di encefalopatia iponatremica, evoluzione patologica a livello cerebrale dell’iponatriemia, la condizione nella quale manca sodio all’organismo, hanno portato a riconsiderare la raccomandazione. Oggi un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine arriva alla conclusione opposta: bere troppo durante un intenso esercizio fisico mette a rischio la salute.

Ascoltare la sete
La maratona, va detto, resta uno sport sicuro, e il dato di meno di un evento mortale su 50000 partecipanti è lì a confermarlo. Ma i primi due casi di iponatriemia verificatisi nel 1981, durante una maratona estrema svoltasi in Sudafrica della durata di ben 90 km, ha portato a un dibattito sempre più acceso sull’argomento e a una produzione sempre più fitta di letteratura negli ultimi vent’anni. Ma qual è il problema? E’ la cosiddetta intossicazione da acqua. Una sua eccessiva assunzione, infatti, soprattutto se accompagnata a una forte alterazione del contenuto di sali dell’organismo, può essere “tossica”. Un pericolo in particolare per i maratoneti che, si sa, perdono ingenti quantità di acqua e di sali. La reintegrazione abbondante della prima e la carenza dei secondi determina un forte scompenso nell’equilibrio idro-salino che sta alla base dell’intossicazione. Un problema che, secondo lo studio del New England, riguarda in particolare chi fa sport dilettantistico, un caso su 10, che magari nel weekend decide di strafare con la corsa. I sintomi, che si manifestano in modo particolarmente grave negli sportivi per hobby, sono confusione, agitazione, letargia, abbassamento della temperatura corporea, nausea, crampi e riflessi alterati. Il pericolo è serio, perché in certi casi il disturbo può portare a coma e morte. Lo studio, condotto dalla Harvard University di Boston, ha riguardato 488 corridori non professionisti che hanno partecipato alla maratona di Boston. A questi, i più lenti tendenzialmente e quindi con più tempo a disposizione per bere, sono stati misurati i fluidi ingeriti, l’urina prodotta, il peso prima e dopo la gara e le concentrazioni di sodio nel sangue al termine della competizione. La situazione è diversa per gli agonisti. Questi, infatti, si fermano e bevono più di rado, quindi sono meno esposti al rischio di diluire troppo i liquidi presenti nell’organismo. L’analisi ha indicato che l’iponatremia (135 millimoli di sodio per litro) si era sviluppata nel 13% del campione ed era grave (120 millimoli di sodio per litro, al di sotto di questa soglia può essere fatale) nello 0,6% dei casi. Inoltre ulteriori calcoli hanno indicato che il rischio era quattro volte più alto per i corridori che avevano guadagnato peso durante la gara e sette volte più alto quando la durata della corsa superava le quattro ore. Una conferma scientifica definitiva alle nuove linee guida della Federazione statunitense di atletica leggera, la Track and Field, che raccomandano di bere a seconda delle proprie personali sensazioni di sete. Non di più.

Marco Malagutti

Fonte
Almond CSD et al. Hyponatremia among Runners in the Boston Marathon. Nejm, 352:1550-1556

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