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cronaca : Intervista a Baldini
Inviato da marco su 27/7/2010 23:27:02 (70 letture)

Baldini e l'ultima maratona
Aveva provato a starne lontano, Stefano Baldini. Ma il suo destino sportivo è legato in modo inscindibile ai 42 chilometri e 195 metri. Aveva provato a stare lontano, dopo Pechino, alla specialità che lo rese un immortale dell’atletica italiana, che ne fece – il 29 agosto 2004 – il “dio di Maratona”, grazie a un’impresa sulle strade olimpiche ateniesi e a un fortunato titolo de “La Gazzetta dello Sport”. Non ce l’ha fatta: tornerà in maratona, per la prima volta dopo Pechino, agli Europei di Barcellona. Una manifestazione nella quale ha un ruolino di marcia impressionante: oro a Budapest 1998, avamposto di una storica tripletta italiana davanti a Goffi e a Modica; oro a Goteborg 2006, quindi campione in carica.
Stefano Baldini si ripresenta a una maratona a 39 anni dopo un ritiro durato un paio di stagioni. Non ha paura dell’effetto Schumacher, il campione che torna e resta nel gruppo?


«Non sto inseguendo nulla e non ho niente da perdere. È un colpo solo, una gara singola ed è il cronometro a dimostrare che la posso affrontare. In Europa i tempi delle maratone sono ancora bassi. Se guardate l’età media delle squadre iscritte, l’Italia non è neanche la più anziana. Eppure siamo quasi tutti all’ultimo giro. Non so se rappresentiamo l’Italia che invecchia o quella che non molla».

La nazionale di calcio con la media d’età alta ha fatto brutta figura ai Mondiali, la squadra di sci di fondo ormai anzianotta ha deluso alle Olimpiadi. Perché lo sport insiste?
«Perché non c’è nessuno a mandarci in pensione. Se ci fosse qualcuno in grado di correre una 42 km in 2 ore e 7’, cioè il mio record italiano, io non andrei agli Europei. Ed è probabile che Cannavaro abbia fatto lo stesso ragionamento. Comunque io ho dei riscontri, la mia condizione cresce. Sento la medaglia lontana e quindi non la nomino ma ho i miei obiettivi minimi. E i miei sogni, non impossibili».

Però non corre una maratona da Pechino 2008.
«Avrei preferito fare una prova, solo che ho avuto un brutto infortunio, la parziale rottura di un tendine sotto il gluteo. Mi sono bloccato in dicembre e il progetto stava per tramontare, ma appena ho potuto riprendere non sono riuscito a stare fermo».

Perché non ci sono giovani dietro di voi?
«Sarò banale, però fino agli Anni Ottanta e Novanta i giovani c’erano, abbastanza per scovare dei talenti, ora i numeri sono così bassi che serve un colpo di fortuna. Colpa della mentalità, della scarsa cultura che abbina lo sport alla fatica».

Lei ha macinato 8500 km l’anno senza fare fatica?
«Sì, ovvio che bisogna far lavorare il fisico ma il punto è la testa. I ragazzi di oggi sono spinti solo dal risultato e quello non arriva sempre e comunque non basta. Agli inizi a spronarmi erano il miglioramento e la curiosità: conoscere gente nuova, viaggiare, far parte di una società, di un gruppo. Poi da professionista la fiammella mi si è sempre accesa appena arrivato nella città di gara. Dove è il percorso? Quando si comincia? È l’agonismo, quella molla che trasforma la paura in energia. Adesso vediamo esordienti che si portano in pista, in strada, in campo la paura vera e credono che per superarla serva lo psicologo».

Non serve?
«Un mental coach serio può dare solo una struttura, il resto, il necessario, o ce l’hai dentro o è finita. E non è questione di esperienza, quella serve per non ripetere gli errori non per superare l’ansia».

Quando ha capito di volerci provare?
«All’inizio mi ha trascinato il mio allenatore, Gigliotti. In realtà è che io aspettavo solo che qualcuno me lo chiedesse. A fine maggio ho visto che i presupposti c’erano e che la motivazione era viva».

E il resto dell’ambiente come ha reagito, federazione, sponsor?
«Come era normale: sono rimasti defilati. Nessuno mi ha ostacolato e nessuno mi ha incoraggiato. Forse non credevano che sarei arrivato in fondo, capivano che potevo fermarmi da un momento all’altro. Mi hanno convocato quindi ormai è fatta».

E la famiglia, sua figlia che le ha detto?
«Di stare a casa. Le dispiaceva perdermi di nuovo di vista. Ma le ho chiesto un permesso speciale. Questa è davvero l’ultima maratona».

Si è ispirato a qualche ritorno celebre?
«Per carità. Nello sport la linea tra il patetico e l’eroico è davvero sottile, preferisco evitare la carrellata di chi è andato bene e chi no. Non sono un fissato che non si sa arrendere, sono un atleta che tenta una maratona europea convinto di poterci stare e comunque vada quel che ho fatto resta».
Che Baldini vedremo in gara a Barcellona?
«Spero di riprovare vecchie sensazioni, anche se sono quasi due anni che non disputo questa specialità. Correrò con umiltà. Non ci sono africani, ma comunque avversari di valore: l’ex siepista austriaco Günther Weidlinger, che ha esordito in maratona solo nel 2009 ma ha già corso molto veloce. Poi lo spagnolo Martinez, che correrà in casa e chiuderà la carriera proprio agli Europei. Infine gli atleti polacchi, sempre solidi sulla distanza».
La maratona partirà domenica 1° agosto alle dieci di mattina: farà già caldissimo?
«Si parte a quell’ora per evitare la forte umidità che invece attanaglia Barcellona alle sette del mattino. Speriamo in qualche nuvola: abbiamo controllato le statistiche climatiche del periodo e purtroppo è difficile che possa piovere. Ormai comunque ne ho fatte parecchie di maratone in quelle condizioni: sono consapevole di ciò che ci aspetta».
La situazione climatica potrà ricordare quella di Atene 2004 (quando la gara partì invece nel tardo pomeriggio)?
«Allora fummo fortunati perché fu poco umido. È soprattutto l’umidità quella che temiamo di Barcellona, più che le alte temperature in sé».
L’Italia è anche detentrice della Coppa Europa di maratona: puntate al bis?
«Ci hanno dato dei “vecchi”, dei “master”: non hanno tutti i torti, perché in effetti l’età media della nostra squadra è piuttosto alta (con Baldini ci sono Ruggero Pertile, Migidio Bourifa, Ottaviano Andriani, Denis Curzi e Daniele Caimmi, ndr). Anche Spagna e Portogallo non sono da meno però dal punto di vista anagrafico. Ce la giocheremo».
E dopo che farà?
«Studierò e mi aggiornerò per essere un manager dello sport a 360 gradi. Questo è il mio mondo ma non voglio restarci per meriti acquisiti, sarò preparato».

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