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HAILE GEBRSELASSIE: LA LEGGENDA.

Haile Gebrselassie si ritira: “smetterò di competere, non certo di correre; la corsa è la mia vita”

“Dopo la maratona di New York annunciai il mio addio sulla spinta emotiva della brutta prestazione. Quando sono tornato in Etiopia però la reazione della gente mi ha travolto, non gli piaceva il modo in cui avevo deciso di porre fine alla mia carriera. E avevano ragione”. Il 7 novembre 2010, al 26esimo kilometro della New York Marathon Haile Gebrselassie abbandonò la gara e poco tempo dopo annunciò il suo ritiro dalle competizioni. Ci ripensò e qualche mese più tardi tornò a correre, veloce come prima. Ieri ha percorso addirittura due volte i 10 km della Great Manchester Run; la prima chiudendo al 16esimo posto, la seconda come passerella in mezzo a tutti gli appassionati, tra foto e applausi. E al traguardo ha annunciato il suo ritiro, che questa volta, a 42 anni, sembra essere definitivo. “Smetterò di competere, non certo di correre” ha dichiarato ai microfoni della BBC, “correrò finché vivrò, la corsa è la mia vita”.

Paula Radcliffe, che due settimane fa a Londra ha concluso la sua ultima maratona, ha twittato: “un atleta fantastico, un grande agonista e un uomo straordinario. Grazie Haile”. Questo è stato, lungo i suoi 25 anni di carriera, Gebrselassie, oro olimpico dei 10.000 a Sydney e Atlanta e in diverse occasioni su un podio iridato, tra il 1993 e il 2003. Tra strada e pista ha stabilito 27 record del mondo, tra cui quelli ancora imbattuti dei 20 km e dell’ora. È stato il primo uomo della storia a correre una maratona sotto le due ore e quattro minuti (2h03’59”), a Berlino nel 2008. Nel 1998 è stato nominato atleta dell’anno IAAF.

A metà tra leggenda e realtà, iniziò a correre per coprire i 10 km che separavano la scuola dal villaggio di Arssi. I suoi piedi di bambino accarezzavano lo sterrato e la sabbia con la leggerezza e il passo veloce che hanno contraddistinto la sua azione anche in età adulta. Divenuto famoso a livello internazionale, Haile Gebrselassie non si è dimenticato delle sue origini e ha sempre cercato di sensibilizzare l’attenzione del mondo sui problemi dell’Etiopia. Ha costruito scuole e dato lavoro a moltissimi suoi connazionali; ha creato la Great Ethiopian Run, la manifestazione podistica più grande del continente africano. Ed è ambasciatore di alcune iniziative internazionali.

Per la sua ultima gara (anche se qualcuno ha già detto che tornerà a competere sul serio) ha scelto la Great Manchester Run, di cui aveva vinto cinque edizioni. Ha corso con un grande sorriso, lo stesso mostrato all’arrivo durante l’intervista sul palco ma anche lungo tutta la sua carriera. “Sorrido perché sono uno sportivo e lo sport è nato per far felice la gente” aveva detto tempo fa, “se non fossi così contento di correre smetterei. Ma sono felice e corro perché mi piace correre, tutto qui”.

Volantino Maratonina 2015

COSE DA RUNNERS

Cose da Runners: intervista a Maurizio “TheHand” Di Bon

Maurizio “theHand” Di Bona, napoletano classe 1971. Ha illustrato per Smemoranda, Piero Pelù, Cranberries, Gillian Anderson, Beppe Grillo, Il Fatto Quotidiano, Il Misfatto, Il Ruvido, L’Ateo, Cadoinpiedi, Radio2. La sua ultima fatica è il progetto Cose da Runners, una raccolta di caricature riguardanti il mondo del running.

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11195508_10204771074942103_993921196_nCome e quando è nato il progetto Cose da Runners?
É nato in Germania, dove ho vissuto fino a quattro anni fa. Ho cominciato ad annotare mentalmente cose tutte le volte che andavo a correre, ma solo per divertimento personale: quando incontro una persona tendo a vederla come personaggio e a distorcerla in caricatura. Era come registrare specie strane di un pianeta che non era il mio. L’idea di raccogliere quelle “registrazioni in corsa” che cominciavano a essere troppe nella testa – si erano frattanto aggiunte quelle del periodo in cui ho vissuto a Dublino e ovviamente in Italia –  e di farne un libro è venuta più tardi, appena un anno fa.

Quando è nata la tua passione per il running?
Circa dieci anni fa, ad Augsburg, sempre in Germania. Ho cominciato con i classici giri di campo d’obbligo a oltranza. Ce n’era uno vicino casa che era sempre pieno di corvi, ma era sconfinato e finire un solo giro era già un’impresa: non avevo fiato e mi fermavo in più punti. I corvi allora gracchiavano (o se la ridevano) e io ripartivo. Sono stati loro i miei primi coach!
Poi a Ravensburg, dove quasi ogni giorno me ne capitava una. C’era un vecchio che mi vedeva uscire la mattina presto in mezza tuta nonostante vento, pioggia e neve ed esclamava tutte le volte “Nicht Kalt?!” (ma non hai freddo?). Altro aneddoto che racconto nel libro è quello di un gruppo di ragazzini che venivano a vedermi perché convinti che fossi un pugile turco che andava ad allenarsi come Rocky, flessioni e scalinata inclusa. Lo capii quando un giorno uno di loro si fece coraggio e venne a chiedermi l’autografo!

11169012_10204771073822075_1438896862_nCome ti è venuta l’idea di suddividere i runners in tipologie? Quali criteri hai seguito?

Li ho etichettati in corsa grazie agli automatismi mentali di cui parlavo prima … L’andatura, il look, il peso, le fisionomie, gli accessori …e un po’ d’occhio clinico hanno fatto il resto.
Devo dire che i runners fanno poco per nascondere chi sono, amano mostrarsi e raccontarsi. Molto si deduce d’impatto già in base a come vestono e si muovono. I tedeschi comunque mi hanno agevolato molto nell’arricchire la gallery: a Lipsia vedevo uno che correva con un disco di ghisa appiccicato sulla schiena. Anche gli irlandesi con cui ho avuto la gran fortuna di condividere il parco più grande d’Europa (Phoenix Park) dove ti ritrovi a correre con i daini in libertà (uno spettacolo!), hanno fornito tracce interessanti. Il parallelo con il mondo animale forse ha aiutato a leggere e classificare: runners che spuntano solo di notte come gufi e falene, altri che amano il sole come lucertole e galli, chi corre come un ghepardo, chi invece si muove a passo lento ma regolare come una tartaruga, l’anfibio che gode sotto la pioggia…
Hai riscontrato supporto o interesse da parte di associazioni sportive o altri atleti? Magari di chi si allena con te?
Grazie al gruppo su Facebook il progetto si è fatto conoscere da solo: in tanti hanno seguito la pubblicazione delle bozze affezionandosi all’iniziativa e leggendo le pagine in anteprima. Anche runner professionisti che hanno scritto libri seri sull’argomento e direttori di riviste specializzate stanno seguendo la cosa con interesse. Chi si allena con me, volente o nolente, ha dovuto per forza di cose ascoltare i, per così dire, reading mentre si andava … alcuni pezzi li ho elaborati, corretti e limati così, anche ascoltando i loro commenti e giudizi. Mentre si corre si vedono meglio le cose, i pensieri si riordinano e se hai dubbi o elementi da chiarire, nove volte su dieci a fine corsa hai risolto il rebus. Le associazioni conto di coinvolgerle adesso: è cominciata la fase 2 perché ho completato tutte le cento matite, quindi si moltiplicano le uscite, si fanno gare, si lascia il materiale informativo, si stampano le t-shirt… e si va a caccia dell’editore!

Secondo te, progetti di questo tipo possono aiutare a fare più luce sulla tematica sportiva, in particolare su discipline meno conosciute, e magari anche a diffondere la passione per lo sport?

so per certo che alcuni hanno cominciato a correre proprio leggendo le cose che ho scritto e disegnato. Forse l’avrebbero fatto comunque, ma mi piace pensare di aver contribuito a velocizzare la “pratica” e aver dato la spinta iniziale. Chi supera le prime volte e “scollina” poi comincia a sentire il richiamo, e il più è fatto. È come avere un cane da dover portare fuori, anzi due, nascosti nei quadricipiti. Abbaiano e non c’è niente da fare, devi assecondare la loro richiesta. Poi cominci a godere di tutti i benefici, puoi imbottigliare le endorfine e le encefaline che produci in eccesso, i cani crescono e benedici il giorno in cui sei uscito per la prima volta, dolori inclusi.
Quando ero in Irlanda, pensavo ad un fumetto con i giocatori di hurling [sport di origini celtiche: http://it.wikipedia.org/wiki/Hurling, NdR], loro sport nazionale… che soprattutto nelle periferie puoi vedere giocare dai ragazzini nei cortili o in uno dei tanti grandi prati.
Non ti nascondo che l’intenzione era proprio quella di mostrare uno sport che in pochi conoscono fuori dall’Irlanda… ma il tempo per far tutto non c’è mai. Mi tocca tenerlo quindi in standby nella testa e intanto mi studio il baseball dei Peanuts!

Maratona in due o in sette ore, l’importante è correrla

Running USA pubblica ogni anno interessanti statistiche riguardanti le gare podistiche negli Stati Uniti. Il primo dato che salta all’occhio è il numero di persone che nel 2014 hanno concluso una maratona: 550.637. È un record assoluto, che supera di 11.000 unità il numero del 2013 e conferma il trend di crescita costante delle ultime stagioni. Le indagini dicono anche che di questi 550.637 podisti il 43 per cento sono donne, che l’età media di chi termina i 42,195 km è di 38 anni e che circa la metà di loro ha più di 40 anni. Running USA pubblica anche molte curiosità riguardanti le singole maratone, ma l’ultimo risultato generale degno di nota è il tempo medio impiegato dai 550.637 appassionati per concludere la loro “fatica”: 4h44’19’’ per le donne, 4h19’27’’ per gli uomini, la percorrenza più lenta registrata dal 2005 ad oggi.
E in Italia? “In Italia si tende a pensare troppo alla prestazione cronometrica” afferma Luigi Chiabrera, presidente di Turin Marathon, “in generale c’è più agonismo rispetto a molte altre nazioni, in cui la maratona si corre anche “solo” per stare bene e per il piacere di concluderla, senza preoccuparsi della performance. In questo gli Stati Uniti sono leader mondiale”.
“Nel nostro paese ci sono circa 5 milioni di podisti abituali (dato Istat)” prosegue Chiabrera, “e come società ci siamo posti l’obiettivo di portarne il 2 per cento a terminare una maratona, almeno una volta all’anno”. Una percentuale che significa 100 mila persone, un numero decisamente superiore rispetto a quello registrato nelle ultime stagioni; che secondo la classifica MaxiMaratona si attesta intorno a 35.000 unità, di cui una percentuale minima (14%) composta da donne.
“La maratona è conoscere persone e luoghi, è benessere, chi corre una maratona è un atleta completo a prescindere da quanto ci ha impiegato” è il pensiero del presidente di Turin Marathon, che di maratone ne ha corse quattro e che non a caso ha coniato per la sua società lo slogan “la corsa è il mezzo, la maratona il fine”.
TuttaDritta ha celebrato quest’anno un signore che qualche tempo fa, a 68 anni compiuti e appena guarito da un tumore, decise di correre la sua prima maratona. Da allora non si è fermato e ne ha completate diverse, e non certo per un obiettivo cronometrico. “Un’altra immagine che non dimenticherò” conclude Luigi Chiabrera, “è l’ultima New York Marathon del suo fondatore Fred Lebow. Quando, malato, decise di correrla per l’ultima volta con i suoi amici, le telecamere lo seguirono per gran parte del percorso, quasi ignorando ciò che stava succedendo nel gruppo di testa della gara”.

 

MOTUX, il running da un altro punto di vista.

Alla Maratona del Santo per la prima volta si sperimenta una rete di sensori per rilevare i movimenti degli sportivi (e non solo). Per la prima volta alla maratona di Padova si è eseguito un test su un runner monitorandolo con ben nove sensori inerziali. L’obiettivo è stato quello di registrare più informazioni possibili sui movimenti del corpo in corsa. I sensori sono stati posizionati due per arto e uno sulla nuca. L’acquisizione di accelerazioni e spostamenti angolari in tre dimensioni dovrebbe chiarire tutta la fluidità (o la fatica) durante la corsa di un maratoneta. È la prima volta che viene compiuto un esperimento di questo genere a livello nazionale.
Il runner in questione (che ha concluso il tracciato in 3 ore e 48 minuti) è il Dottor Marco Bergamin, coordinatore dell’equipe di ricerca universitaria che da qualche tempo testa lo sviluppo dei sensori inerziali, realizzati da Motux (azienda trevigiana che fa parte del gruppo 221e Srl).

“L’intesa tra l’università di Padova e Motux nasce dall’effettivo riconoscimento dello strumento come dispositivo innovativo  capace di registrare i movimenti e successivamente, tramite apposito software, dare indicazioni sulle prestazioni e i movimenti eseguiti”. Le piccole dimensioni e la leggerezza del sensore (meno di 16 grammi) ne consentono un facile utilizzo sia durante l’attività fisica, che durante l’applicazione di protocolli di analisi biomeccanica. “Lo strumento, a breve in commercio  ha le potenzialità per diventare un sistema di riferimento nella valutazione funzionale in molteplici contesti sanitari, di ricerca ed in ambito sportivo”.

CAMMINARE O CORRERE QUESTO IL DILEMMA!

Camminare o correre, qual è l’attività perfetta per perdere peso? La ricetta del giorno: rotolo di pollo

4 maggio 2015 • Benessere, Blog, Eventi
di Giulia Biondi – Camminare o correre? Che differenza c’è tra queste due attività fisiche molto simili tra loro? Cosa cambia a livello fisiologico e metabolico? Sembrerà strano, ma queste due discipline sportive racchiudono molte realtà diverse. Volendo privilegiare la questione perdita di grasso corporeo e dimagrimento, a chi non è un grande sportivo, e nella sua vita si è dilettato poco o nulla al movimento, consiglierei di imparare a camminare a passo sostenuto.

Ebbene sì, imparare. Molte persone pensano che camminare a passo svelto sia la stessa cosa che fare una passeggiata su e giù per il corso della città, leggendo un sms o un whatsapp sul cellulare lasciando ciondolare i piedi in modo morbido e stanco.

Indubbiamente è meglio di niente ma, se proprio dobbiamo impegnare un’ora della nostra giornata in modo costruttivo, meglio rendere propositiva l’attività.

Una ricerca pubblicata nei primi mesi del 2013 sulla rivista scientifica Arteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology dell’American Heart Association ha preso in esame per 6 anni più di 15 mila camminatori di età compresa tra i 18 e gli 80 anni. I risultati ottenuti faranno molto piacere a tutti coloro che non sopportano la grande fatica della corsa: la camminata è risultata avere un fattore di prevenzione più alto per le malattie cardiovascolari. Inoltre, sempre la stessa ricerca afferma che, rispetto alla corsa, consumando le stesse calorie, il colesterolo diminuisce in maniera più importante con una camminata, come anche la pressione sanguigna.

Mentre per i chili di troppo? E’ più utile camminare un’ora consumando le stesse calorie che si brucerebbero in soli 30 minuti di corsa. Come è possibile?

Spiegato in modo semplice ma chiaro: se lavoro senza andare in affanno, e quindi senza andare in carenza di ossigeno, il mio corpo utilizzerà almeno per un 70% l’energia presente nel grasso, se invece ho il fiatone come se mi mancasse l’aria, allora vuol dire che sono in carenza di ossigeno e l’energia utilizzata sarà maggiormente ottenuta dal muscolo.

Allo stesso tempo camminare lenti e svogliati non serve a molto se non a consumare più o meno 130 kcal in un ‘ora e migliorare la circolazione. Quindi: chi va piano (ma non troppo piano) va sano e va lontano!

OLTRE IL LIMITE-STORIE DI CORSA

OGNI DOMENICA ALLE 13.55 – Maratone e mezze maratone nel mondo: una sfida da vincere!
A partire da domenica 10 maggio alle 13.55 un nuovo programma “Oltre il limite-Storie di corsa” su Retequattro.

Protagonisti: Jennipher Rodriguez, Alex Belli, Vittoriano Guareschi, Marina Graziani, Giorgio Mastrota che sfidano sé stessi alle maratone di Roma, Vancouver, Milano, Göteborg, Grande Muraglia.   Uomini e donne che amano lo sport, che faticano, sudano e combattono. Mai appagati, disposti a mettersi in gioco, pronti ad affrontare nuove sfide. “Oltre il Limite-Storie di Corsa”  sarà tutto questo e molto altro.

Partendo da Sud verso l’Europa Meridionale, “Oltre il Limite-Storie di Corsa” si sposterà ad Ovest, in direzione del continente Nord Americano. Successivamente, rotta ad Est, verso il Continente Asiatico, per concludere il viaggio e la corsa nel Nord Europa.
Al centro del programma, un mix di corse e di sfide da vincere.
Cinque grandi maratone e mezze maratone internazionali in tre continenti diversi (Roma, Milano, Vancouver, Grande Muraglia, Göteborg). Cinque personaggi provenienti dal mondo dello sport e dello spettacolo, uniti da un unico obiettivo: partecipare ad una di queste competizioni per cercare di superare i propri limiti e tagliare il traguardo. Partecipano ad “Oltre il Limite-Storie di Corsa”, la showgirl venezuelana Jennipher Rodriguez; Vittoriano Guareschi, pilota di MotoGp e poi collaudatore e team manager alla Ducati; l’ex velina bionda Marina Graziani, Giorgio Mastrota e Alex Belli, post “Isola dei famosi”.

Tutti si affideranno ai consigli di uno speciale personal trainer: Franz Rossi, un atleta dalla personalità dinamica e dalle grandi capacità di motivatore. Tra le sue doti, una grande empatia con il maratoneta, al quale svelerà i segreti per raggiungere la linea d’arrivo.

Alla giovane conduttrice Martina Panagia, infine, il compito di raccogliere le emozioni dei runners e mostrare le attrazioni turistiche delle località visitate.

E I CONTRO…

“Fratture, talloniti e mal di schiena. Correre non sempre fa bene”

Il running è una moda molto diffusa. Ma il preparatore atletico del Real Madrid, Francesco Mauri, è convinto che sia uno sport che nasconde delle insidie. Soprattutto se eseguito in modo scorretto. A chi vuole fare movimento consiglia una passeggiata in bicicletta o una nuotata

di FRANCESCO MAURI*

“Fratture, talloniti e mal di schiena. Correre non sempre fa bene”SE NEGLI ANNI 90 ci fu il boom delle palestre, il fenomeno sociale sportivo di questi ultimi anni è sicuramente il running.  Coinvolge dallo studente alla casalinga, dall’avvocato all’impiegata delle poste. Un variegato stormo di corridori riempie le strade e i parchi delle nostre città. A qualsiasi ora del giorno, e qualche volta anche a tarda sera, è normale incontrare un runner per la strada. Molte persone che condividono questa passione si ritrovano due, tre, quattro volte a settimana e corrono in gruppo. Altri preferiscono farlo da soli, mentre i più eccentrici addirittura si portano il cane per avere compagnia.

La moda. Sempre più gente partecipa a gare podistiche, dalla piccola corsa di beneficenza alla maratona di New York. Un’attività sempre più popolare, insomma: sempre più pubblicizzata e sempre accostata alla salute e al benessere. Ma correre fa davvero bene? La popolarità di questa pratica sportiva è sicuramente in parte dovuta alla sua facilità: non bisogna pagare nessun abbonamento, né occorre sottostare ad alcuna regola particolare.

Non tutti sanno correre. Quasi tutti, inoltre, sanno correre o pensano di saperlo fare. Pochi, però, lo sanno fare bene. Correre bene è molto difficile; la corsa è un gesto apparentemente semplice, ma in realtà è coordinativamente complesso. Infatti nelle discipline atletiche di corsa e nelle società sportive – professionistiche e non – si allena e si cura molto l’apprendimento e la coordinazione del gesto.

I rischi. Queste considerazioni preliminari fanno capire che la corsa nasconde molti aspetti negativi e parecchi pericoli, che vengono quasi sempre sottovalutati o non considerati per lasciare spazio al falso mito che “correre fa bene” in maniera assoluta. Innegabili sono i benefici che si possono apportare al sistema cardiocircolatorio e polmonare praticando il running. Le calorie di troppo ingerite possono inoltre essere smaltite abbastanza facilmente correndo. Anche qui dovremmo aprire tuttavia una parentesi. Spesso si corre su strade cittadine, dove l’inquinamento dell’aria è sempre maggiore.

Inquinamento e polmoni. Durante l’attività i polmoni moltiplicano i normali scambi gassosi della normale respirazione, poiché il sangue ha bisogno di maggiori quantitativi d’ossigeno da mandare ai muscoli. E’ facile quindi capire come correre in un ambiente inquinato rappresenti un grosso stress per i polmoni stessi. Per quanto riguarda le calorie smaltite, l’organismo in effetti si adatta velocemente agli stimoli dell’allenamento.

Uno sport strassante. Il metabolismo aerobico, in particolare, è molto facile da allenare: anche per questo il neofita che si approccia alla corsa ottiene facili miglioramenti iniziali. Ma in seguito sarà sempre più difficile bruciare calorie e diventerà necessario aumentare il tempo di allenamento o l’intensità. Se poi si passa alle note dolenti, la corsa è uno sport ossidativo e molto stressante. Le articolazioni di caviglia e ginocchio sono molto sollecitate, soprattutto su superfici dure come l’asfalto. Lo stesso discorso vale per i tendini, soprattutto il tendine d’achille e il tendine rotuleo.

Talloniti e fratture. Anche i piedi sono molto sollecitati: sono infatti all’ordine del giorno, trai runners, fratture da stress ai metatarsi (soprattutto il quinto) e talloniti. Indossare scarpe tecniche potrebbe ridurre lo stress, ma qui sopravviene un inconveniente di carattere economico: parliamo di materiale molto costoso. Inoltre, senza una buona coordinazione, il sollievo sarebbe soltanto apparente.

Mal di schiena. Anche la colonna vertebrale è molto sollecitata. Le algie della schiena sono una problematica assai diffusa tra i corridori. Anche in questo caso possedere una buona coordinazione ridurrebbe i problemi, ma non li cancellerebbe di certo. Molto spesso chi inizia a correre ne sente poi quasi il bisogno fisiologico.

I dolori. Il dolore in questo gioca un ruolo fondamentale. Chi corre sottopone come già detto il fisico a forti stress, che portano quasi sempre a dolore. Questo dolore da usura si avverte maggiormente a riposo.  Durante la corsa, infatti, l’organismo, e in particolare il cervello, secerne sostanze chimiche chiamate endorfine. Queste sostanze sono antidolorifici naturali, che alleviano il dolore e danno sollievo al corridore. A riposo il dolore ricompare però con un’intensità proporzionale all’usura delle strutture coinvolte. Da non tralasciare, ovviamente, è l’aspetto psicologico.  Spesso correre è un modo per non pensare ai problemi quotidiani, allo stress e a tutti gli altri condizionamenti della vita quotidiana.

Puntate su nuoto e bici. Con quanto detto finora non voglio affatto screditare il running: io stesso sono un runner occasionale e con problemi di costanza. Sono però convinto che chi si approccia alla corsa lo faccia quasi sempre carico di grandi aspettative e senza essere messo in guardia circa i potenziali aspetti dannosi. Esistono molte altre attività che portano gli stessi benefici della corsa e comportano meno stress. Il nuoto, la bici e la stessa corsa su tapis roulant ne sono concreti esempi. Sul tapis roulant la

superficie più morbida del rullo e il movimento dello stesso ammortizzano e facilitano la fase di spinta della corsa, rendendola “più leggera” e meno traumatici. In conclusione ritengo che ci siano molti altri sport e attività fisiche che, se eseguiti in maniera intelligente, possono essere più allenanti, meno stressanti e più stimolanti (ma questo è un parere personale) della corsa.

*Preparatore atletico del Real Madrid

I PRO….

10 motivi per cui correre fa bene

È lo sport amatoriale più praticato al mondo. Ne vanno matti i vip, da Madonna a Cameron Diaz, ma anche milioni di persone comuni. Solo in Italia sono circa un milione i cittadini, sia uomini sia donne, che fanno jogging regolarmente per tenersi in forma. Perché correre non fa bene solo al corpo, ma anche alla mente. Sono decine, ormai, gli studi scientifici che attestano i benefici di questa pratica, considerata dagli esperti una delle più efficaci nella prevenzione e nella cura di diverse malattie cardiovascolari, prevenzione dell’obesità, miglioramento del benessere psicologico, abbassamento della pressione. Ma anche come supporto a regimi alimentari ipocalorici. Per mantenersi in forma, secondo una ricerca contenuta nel Copenhagen city heart study, non è necessario spingersi a performance agonistiche. È sufficiente correre fra una e due ore e mezzo a settimana, con un ritmo lento, leggermente superiore rispetto a quello proprio di una camminata veloce, o moderato. L’ideale, alla fine di ogni allenamento, è sentirsi un po’ affannati. Niente di più. Già questo può aumentare le aspettative di vita e mantenere il fisico in perfetto stato. Ecco una gallery con i dieci principali motivi per cui correre fa bene.

1)  Cuore al top. Correre fa benissimo all’apparato cardiocircolatorio, perché migliora l’efficienza cardiaca, combatte l’ipertensione e permette di tenere sotto controllo il colesterolo (aumentando quello buono e impedendo l’accumulo di quello cattivo). Il segreto sta negli effetti positivi che questo sport ha sulla pressione dei vasi arteriosi, permettendo al sangue di scorrere senza incontrare ostacoli

2) Forma perfetta. Lo jogging è anche l’alleato numero uno di chi voglia tenere sotto controllo il proprio peso. Chi corre perde i chili di troppo molto più facilmente rispetto a chi non svolge attività fisica. Questo perché muovendosi il corpo brucia i grassi che gli servono per produrre energia, evitando così che i lipidi si accumulino

3) Alleato della mente. Come la maggior parte degli sport, la corsa fa benissimo anche alla mente. Innanzi tutto perché aiuta a scaricare lo stress e la tensione, e poi perché permette di tenere sotto controllo l’ansia. Il motivo è semplice: attraverso lo sport l’organismo rilascia endorfine, particolari neurotrasmettitori che regalano una sensazione di pace e benessere

4) Articolazioni efficienti. Correre può evere effetti benefici anche sulle articolazioni, come caviglie e ginocchia. A patto, naturalmente, di non esagerare con lo sforzo e di usare scarpe adeguate. I benefici sono collegati, in questo caso, al miglioramento dell’afflusso di ossigeno nel sangue che depura l’organismo dalle tossine

5) Vista migliore. Gli esperti hanno dimostrato una correlazione diretta fra l’abitudine di tenersi in forma correndo e la salute degli occhi. Secondo una ricerca pubblicata di recente dalla rivista Medicine & science in sports & exercise, fare regolarmente jogging aiuta ad abbassare il rischio di sviluppare patologie all’apparato visivo, come per esempio la cataratta

6) Resistenza super. Correre regolarmente ha un ulteriore effetto benefico: migliora la resistenza dell’organismo. Correndo, e imparando che passo dopo passo si può superare qualunque ostacolo, si sviluppa un miglior approccio alla vita e si allena anche la capacità di concentrazione

7) Ossa fortissime. Jogging vuol dire anche ossa più forti. Un esercizio fisico intenso come la corsa favorisce, infatti, la mineralizzazione del tessuto osseo, rendendolo più forte e meno soggetto a processi di deterioramento, come per esempio l’osteoporosi

8) Prevenzione contro i tumori. Correre regolarmente può anche abbassare il rischio di sviluppare i tumori. Lo hanno dimostrato i dati recentemente estrapolati da 170 studi pubblicati sulla rivista Journal of nutrition. Gli esperti hanno rilevato anche una maggiore reattività dell’organismo nel caso in cui la patologia si sia già sviluppata

9) Elisir di lunga vita. Correre aumenta anche le aspettative di vita. Uno studio condotto dalla Stanford University School of medicine ha osservato un gruppo di persone lungo l’arco di 21 anni: al termine dello studio l’85 per cento dei soggetti che correva regolarmente era ancora in vita, mentre il 66% di chi non ha mai fatto jogging era deceduto

10)Metabolismo efficiente. Anche il metabolismo può migliorare grazie al jogging. Correre infatti lo accelera e in questo modo contribuisce a prevenire l’insorgere di eventuali disturbi gastro-intestinali o ad alleviare gli effetti di quelli già esistenti

Correre è come leggere: ci vuole ritmo per la corsa e ritmo per un buon libro

Da “L’arte di correre” di Murakami a “Resisto dunque sono” di Trabucchi, passando per Bonatti e Messner… Daniele Barbone, autore di “Runner si diventa”, svela i suoi maestri di scrittura, vita e corsa, regalando preziosi consigli (e 5 massime letterarie a tema)

Quando corri puoi fantasticare, riflettere, ricordare spunti più o meno importanti delle tue giornate o pianificare idee e progetti per le prossime a venire.  Puoi ricordare una canzone che ti piace o un libro che hai letto. La corsa, ed il cammino, sono la pratica fisica che più aiuta la concentrazione, la meditazione ed il rilassamento.
Sempre che il tuo ritmo sia consono alle tue possibilità e che tu lo sappia gestire. Cosa che si impara. Se correndo ascolti musica dopo un po’ ti ritroverai in un mondo tutto tuo. Fatto dalle note e dalle parole che ascolti. Se preferisci il silenzio, sentirai i tuoi passi, il tuo cuore, il respiro, i rumori del percorso con una sensibilità mai provata prima. E poi ancora se corri con un compagno, è bello parlare e dipende dal ritmo. Ma ancora più dedicarsi al silenzio ed al passo cadenzato. Ad un certo punto scoprirai che il suono della tua e della sua corsa, saranno all’unisono. Un’armonia di passi ritmati al medesimo tempo.

Sulla corsa e del benessere che essa produce, ho letto libri molto belli. Alcuni molto tecnici. Quanto correre, come correre, dove correre, che distanze, come iniziare, come migliorare, come correre in montagna, come affrontare gare agonistiche  o puramente sullo svago.
Ne scrivono tecnici e runner professionisti.

Personalmente preferisco i racconti della corsa e dei grandi cammini. Questo è il mondo dei grandi romanzieri, degli “estremi” o dei viaggiatori.
Mi piace attraverso la lettura di questi, poter vedere posti che non ho visto, provare esperienze di altri corridori o camminatori,  capirne le sensazioni e confrontarle, studiarle, imitarle se possibile. Le mie letture preferite spaziano da Trabucchi a Murakami a Messner e Bonatti. E se è vero che noi siamo la somma delle esperienze vissute, anche il mio scrivere di corsa è erede della lettura di questi e di altri scrittori.

Del Trabucchi di Resisto dunque sono (Corbaccio) trovo grande conforto nelle analisi psicologiche su quella dote innata, ma talvolta sopita, della resilienza. Siamo fondamentalmente portati a superare le avversità ed abbiamo tutti gli strumenti per gestirle “Non ho poteri magici, la forza interiore è il mio potere magico” cita Pietro dagli antichi samurai. Nel mio libro riporto anche altri insegnamenti che Trabucchi mi ha trasferito quando ho avuto la fortuna di poter stare con lui in aula o su una parete in cordata. Ed in particolare mi piace ricordare gli insegnamenti sulla meteorologia. Il tempo è un fattore esterno a noi  totalmente impossibile da controllare ma del quale nella corsa devi gestirne gli effetti. Il caldo, il freddo, la pioggia non sono da noi controllabili. Che si tratti di corsa o della vita di tutti i giorni è bene ricordare che esiste l’alea dell’imponderabile. Che si tratti di un attentato a Boston durante una maratona o un grave evento familiare.

Da Murakami ne L’arte di correre (Einaudi) il continuo spaziare dai racconti di corsa a quelli sul suo lavoro di “artista della parola” si alterna senza sosta. Murakami ci parla dei suoi pensieri, condivide le modalità di preparazione e continuamente ne fa cogliere quanti punti di contatto ci siano tra la corsa e la vita di tutti i giorni. È forse da qui che è nata l’idea di seguire in Runner si diventa  una narrazione che descrive come un uomo che non ha mai fatto sport prima in vita sua, sia diventato in pochi anni un ultramaratoneta. È un percorso sportivo che ha continui riferimenti in quello che si vive quotidianamente. Non siamo esseri “divisi”. Siamo un unicum. Uomo, sportivo, padre, lavoratore. È l’individuo al centro che si esprime in diversi ambiti ma con caratteristiche univoche che lo contrassegnano. Ed è così che runner si diventa, ma anche imprenditore, insegnante, cuoco, studente, avvocato, artigiano o artista si diventa.

In Bonatti, così come in Messner, non a caso sono eredi della stessa esperienza di uomini di avventura, adoro il racconto dei grandi spazi esterni e dell’interiorità. Bonatti con Una vita così (BUR) e Messner con La libertà di andare dove voglio (Corbaccio) i portano in posti unici e quasi mai si soffermano su tecnicismi eccessivi. Sono i loro piedi, i loro occhi, i loro pensieri, lo spazio intorno ad essi a farci viaggiare con loro, se non oltre. Ci possono ispirare, far sognare, volare sopra le grandi cime, nei deserti più estesi o nelle foreste più fitte. Noi siamo lì con loro. Ognuno di noi così piccolo rispetto alla loro maestosità. Ho preso dal loro zaino di viaggio, piccoli attrezzi nel mio racconto. E in quegli attrezzi ho trovato la voglia di lasciare i percorsi delle grandi città e delle grandi maratone e cimentarmi nei deserti, siano essi organizzati come nel Sahara, o in solitaria come nel Judean Desert. Perché la vita è un itinerario, che se fatto a piedi ti può portare fino all’estremo di te stesso. Il posto più lontano che potrai mai scoprire.

5 massime per la corsa tratte dai miei libri preferiti:
Comunque vada, il gesto più eroico è dato dalla decisione di partire (mia citazione);
La fatica è una realtà inevitabile, mentre la possibilità di farcela o meno, è a esclusiva discrezione di ogni individuo (Murakami);
Attraverso queste esperienze metti alla prova te stesso e impari soprattutto a conoscerti. E’ un implosione verso se stessi (Bonatti);
Non ho poteri magici, la forza interiore è il mio potere magico (Trabucchi);
Camminare per me significa entrare nella natura. La Natura per me non è un campo da ginnastica. Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi (Messner);

*Daniele Barbone è autore di Runner si diventa (Corbaccio) in libreria dal 16 aprile.

Libri da leggere… di corsa.

Correre nel “grande vuoto”. Vi racconto la mia maratona nel deserto‏ di Marco Olmo Gaia De Pascale

“C’è una settimana all’anno in cui non c’è spazio per la meschinità, l’inganno, la codardia, il sotterfugio, ed è la settimana della Marathon des Sables…”. Marco Olmo, con Gaia De Pascale, racconta su ilLibraio.it la sua partecipazione alla famosa corsa nel deserto del Sahara.
E così l’ho fatto. Ho corso la mia ventesima Marathon des Sables.

Nel 1996, quando ho accettato la sfida per la prima volta, tutto avrei potuto immaginare tranne che avrei continuato per due decenni. E invece eccomi qua, a guardare le fotografie di una gara che si è fatta già ricordo, a rileggere per l’ennesima volta i messaggi degli amici che hanno seguito passo passo la mia impresa. Tra tutti, uno mi ha colpito in maniera particolare. È una e-mail di Paolo Rovera, e dice così: «Adesso starai toccando con mano l’essenza umana, quanto siamo piccoli di fronte all’universo… ricorda che da trent’anni a questa parte c’è una settimana all’anno in cui non c’è spazio per la meschinità, l’inganno, la codardia, il sotterfugio, ed è la settimana della Marathon des Sables».

Magie del deserto, verrebbe da dire. Magie che ho sempre il timore possano svanire, risucchiate dall’abitudine, confuse tra la mischia della partenza. Anche questa volta è andata così. Più di mille persone al via, la sottile angoscia che l’incanto di un tempo fosse svanito. Poi, dopo un’ora e mezza, ogni cosa è andata al suo posto. Il gruppone iniziale si è sfilacciato, il corridore che mi precedeva era a più di duecento metri da me, di quello dietro non sentivo più il passo. Eravamo solo io e il deserto. Tutto, all’improvviso, si è fatto piccolo. I dolori, le paure, le fatiche della vita di sempre. Ho ripensato ai deserti in cui ho gareggiato: Giordania, Sinai, Mauritania, Mali, Namibia. E poi il più bello, il deserto dell’Akakus, in Libia, ai confini con l’Algeria. Oggi quell’area non è più praticabile, e le immense dune, le rocce erose dal vento, le vaste distese di ghiaia sono chiuse in un silenzio cupo, assediato dal fragore violento della Storia. Ho scacciato via questo pensiero, ho respirato forte, e sono corso incontro a quello che ho sempre cercato tra le distese di sabbia: la più profonda solitudine.

Questo è il deserto per me: tornare alla nudità del mondo, a prima che tutto accadesse, anche la vita stessa. Qualcosa, in questo paesaggio così estremo ed essenziale, mi è sempre stato congeniale. Ora sono in grado di «navigarlo», di adattarmi al tipo di spinta che viene da sotto, di evitare con la forza del puro istinto la sabbia mossa, quella che rallenta il passo e pesa sui muscoli. Ho imparato a correre leggero, a sopportare il vento che per gli strani giochi del caso soffia sempre contro.

Una sera, mentre riposavo nella tenda, mi sono guardato da fuori. Ero stremato, sporco di sabbia, buttato per terra, ridotto all’essenziale. Non mi sentivo nemmeno più un uomo, ma qualcosa di infinitamente più piccolo, e infinitamente più grande. Ho pensato che Sahara significa «grande vuoto». Ci ripenso anche oggi, nella mia casa. Credo sia quel vuoto che non smetterà mai di mancare a noi che abbiamo tutto, nel nostro mondo troppo pieno. E credo che, in un modo o nell’altro, nella vita o nei sogni che talvolta si fanno incubi, quel vuoto mi chiamerà ancora a sé. Una parte di me ormai gli appartiene – e gli appartiene da quando, per la prima volta, mi sono voltato mentre correvo, e non ho visto nessuno, e non ho visto niente: né un uomo, né un’auto, né una casa, né un albero.
Solo il deserto.

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*Gli autori – Operaio nel cementificio Buzzi nelle valli del cuneese, Marco Olmo, autore (con Gaia De Pascale, per Ponte alle Grazie) del libro Il corridore, con costanza e forza di volontà si allena sulle montagne intorno a casa sua. La partenza è modesta: arriva penultimo a una campestre di quattro chilometri. Ma lui capisce che quello che conta è non demordere. Dopo un periodo passato a gareggiare nella corsa in montagna e nello sci-alpinismo, all’età di quarant’anni ha iniziato ad affrontare competizioni nel deserto africano, raccogliendo un successo dopo l’altro. Vent’anni dopo vince l’ultra trail più dura e più importante del mondo: il giro del Monte Bianco. Ventuno ore di corsa in completa autonomia, senza fermarsi né a mangiare né a dormire… E ora il deserto…